Enrico Letta, tassatore e conservatore
ANSA/Filippo Attili /palazzo chigi
Enrico Letta, tassatore e conservatore
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Enrico Letta, tassatore e conservatore

Il governo sull'orlo di una crisi di nervi dopo il patto tra Renzi e Berlusconi per le riforme. Le grandi manovre per far saltare tutto dietro le fibrillazioni dell'esecutivo

Tu, Silvio Berlusconi, vuoi ritirare la delegazione del Pdl dal governo perché il Pd, il principale alleato,  sta per far scattare la ghigliottina della tua decadenza da senatore cercando di farti fuori dalla politica? Ed io ti aumento l’Iva. Tu, Matteo Renzi vuoi riscrivere le regole con «il pregiudicato» (che rappresenta 10 milioni di italiani)? Ed io salgo al Colle da Giorgio Napolitano.

Chi se ne importa se gli italiani, spremuti come limoni dai balzelli e ridotti alla miseria, anche quelli una volta privilegiati,  continuano a subìre e non capire questa semicrisi da governo sull’orlo di una crisi di nervi. Rimpasto, verifica, staffetta. Ma per fare cosa? Così, andando al succo della crisi, agli occhi di una vasta parte del Paese normale sembra comportarsi il premier Enrico Letta. 

Proprio lui che nell’aprile scorso salì a Palazzo Chigi, grazie al senso di responsabilità di Silvio Berlusconi, per un governo di larghe intese. Proprio lui che aveva solennemente affermato: «Di solo risanamento si muore». Lui, ex vicesegretario del Pd, che aveva messo le riforme da scrivere con l’altra parte del campo, senza la quale non sarebbe mai diventato premier, al primo punto dell’agenda.

E invece, a fine settembre, quando Berlusconi chiese il ritiro della delegazione del Pdl dal governo, perché non poteva più stare insieme a chi lo stava «assasinando» politicamente,  «Enrico» in spregio alle promesse se ne uscì, così come per dispetto agli occhi degli italiani,  con l’aumento dell’Iva, dal 21 al 22 per cento. Che c’entravano gli italiani, gli imprenditori che continuano a suicidarsi,  con le sorti del premier e della sua carriera?

Ora, siccome il giovane segretario del Pd. Matteo Renzi, coraggiosamente ha deciso che non si possono  riscrivere le regole, che non si possono fare le riforme senza Berlusconi, il governo di strette intese entra in fibrillazione.  E Letta salirà in settimana da Napolitano.  A dare man forte per far saltare  il patto «con il pregiudicato», più che mai al centro della scena,  ci ha già pensato Pietro Grasso che nientemeno  ha deciso di costituire il Senato parte civile nel processo sulla cosiddetta comopravendita  di senatori che vede  imputato Berlusconi. A dare man forte per far saltare tutto ci pensa la minoranza interna bersanian-cuperliana che sfida Renzi chiedendogli di andare al posto di Letta, senza elezioni. Chiara manovra per rosolare a fuoco lento «il fiorentino» (così lo chiamano sprezzantemente gli avversari interni) e fargli fare la fine del «Massimo D’Alema/2 la vendetta».

 Per una beffa della sorte della sinistra D’Alema andò a Palazzo Chigi,,in seguito a  scontri furibondi con Prodi che vedevano al centro proprio l’atteggiamento da tenere con Berlusconi. D’Alema, bollato come «l’inciucista» della Bicamerale,  reo di aver sfidato  Sergio Cofferati sulla riforma delle pensioni, battè in ritrata dimettendosi, prigioniero della tattica, e in sostanza del suo essere  rimasto comunista, senza tirare fuori gli attributi di un  Tony Blair. Ora ci riprova «il fiorentino».,paradossalmente il rottamatore, insieme a Pier Luigi Bersani, di D’Alema. E la storia si ripete. Ma perché Enrico Letta non si rassegna,  non  ripone il suo antiberlusconismo da democristiano di sinistra,  non aiuta piuttosto  Renzi a fare le riforme? Perché questo scatto di coraggio non lo ha avuto lui per primo? Lui era già premier, quando Renzi non era ancora il segretario del Pd. Il sospetto che viene è che  Letta voglia conservare (a cominciare dalla sua poltrona) anziché innovare. Spetta ora a Renzi il compito di tenere botta e fare una cosa di sinistra, ma di sinistra riformista e moderna, quella che in Italia non c’è e che quando c’era con Bettino Craxi è stata distrutta.  E spetta al capo dello Stato, che ha accettato di restare per un secondo mandato solo per fare le riforme, dimostrare al paese che cambiare si può. Altrimenti si muore.E stavolta davvero.

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