Il tour europeo di Enrico Letta
Il tour europeo di Enrico Letta
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Il tour europeo di Enrico Letta

I viaggi che conteranno ci saranno nei prossimi mesi, ma, dopo le genoflessioni di Monti, abbiamo un premier che può stare in Europa a testa alta

Si è forti in Europa se si ha consenso in Italia. Agli occhi dei nostri partner europei, il presidente del Consiglio italiano è credibile se sostenuto da una maggioranza certa, espressione di una larga base popolare, e se davanti a sé ha una prospettiva temporale di lungo respiro. Ecco perché nonostante la credibilità personale, l’ex premier Mario Monti, tecnico calato dall’alto, appariva sempre un po’ succube della Merkel e le sue missioni a Berlino (fino in campagna elettorale) avevano il sapore amaro della genuflessione.

Con Enrico Letta si è voltata pagina, per quanto non sappiamo se l’Italia saprà farsi valere. Letta è a capo di un governo che ha largamente superato la soglia del voto di fiducia, ed è emerso da una consultazione popolare. La prospettiva temporale dipenderà dalle vicende di politica interna (dai malumori in casa Pd e Pdl), ma in teoria conta 5 anni di legislatura.

Personalmente, Letta ha un identikit ideale per dialogare (e contrattare) in Europa: scuole a Strasburgo, parla le lingue, a cavallo dei suoi 20-30 anni era già segretario generale del Comitato Euro, europeista convinto ma non ignaro dei meccanismi europei (quindi non retorico) e con una fisionomia assolutamente “presentabile”. È anche giovane, con i suoi 46 anni. Il che non guasta. E in qualche anfratto delle sue conferenze stampa ha mostrato di non avere un carattere remissivo, per esempio quando ha rivendicato la sovranità dell’Italia nelle scelte che riguardano il modo di finanziare certe decisioni strategiche come la sospensione del pagamento dell’Imu sulla prima casa e il non aumento dell’Iva, o quando ha detto che come noi non diciamo ai cittadini tedeschi che cosa debbano fare così nessuno può dirlo a noi italiani.

L’Italia non è tenuta a spiegare a nessuno come farà a coprire i mancati introiti dell’Imu e dell’Iva, basta che una copertura ci sia. Non è esattamente così, ma va bene che il neo-premier abbia segnalato che la sua giovane età e il modo rocambolesco in cui si è formato il suo governo non incideranno sulla fermezza dell’approccio italiano. Anzi. Letta sa bene che non si può denunciare il Fiscal Compact o annunciare come terapia d’urto che l’Italia vorrebbe rinviare il pareggio di bilancio dal 2013 al 2014. No, bisogna agire più da “secchioni”. Con maggiore abilità.

Mi accorgo che ancora non sono entrato nel merito della triplice missione di Letta a Berlino, Parigi e Bruxelles. Semplicemente, sarebbe sbagliato cercare in questo viaggio risultati o significati incredibilmente nuovi, in positivo o in negativo. La missione lettiana non cambia le carte in tavola: la sofferenza dell’Italia costretta a onorare i propri impegni sotto scacco per la necessità di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, l’eredità del debito pubblico che non ci scrolliamo di dosso, il primato economico della Germania e un contesto globale tutt’altro che favorevole.

Si è visto come lo stesso presidente francese, Hollande, di cui s’era detto che finalmente avrebbe fatto vedere i sorci verdi a Angela Merkel, non è riuscito a far prevalere la linea della crescita in Europa, e intanto patisce in casa un drammatico crollo di consensi. Inoltre, gli ambienti finanziari internazionali hanno cominciato a considerare la Francia il nuovo “malato d’Europa”.

Quella di Letta è stata solo una doverosa e tempestiva presa di contatto con i suoi interlocutori. Un modo per farsi conoscere, per dare un segnale di attenzione verso l’Europa, per mettere in chiaro a grandi linee la nostra affidabilità e il nostro impegno continentale, e la necessità di promuovere in Europa la crescita e l’occupazione. Ma i giochi cominciano solo adesso. Andare a Berlino come prima capitale non è stato (come strumentalmente qualcuno ha detto) un atto di sottomissione alla Merkel. È sciocco pensare che si possa adottare verso la Germania un atteggiamento di supponenza ostile e capricciosa. Si tratta, invece, di stare in Europa con dignità e forza, nella difesa a oltranza dell’interesse italiano.

Berlusconi lo ha fatto, checché se ne dica, anche a costo di entrare qualche volta in collisione con Berlino. Lo ha fatto in virtù della sua personalità e del consenso interno. Sono convinto che Letta farà lo stesso con uno stile diverso, più democristiano, più morbido, più diplomatico. Tecnicamente strutturato grazie all’ottima squadra “europea” del governo (Saccomanni, Bonino, Moavero, Giovannini, oltre a Letta stesso). Per il momento, però, a Berlino, Parigi e Bruxelles (dove Letta in questi giorni ha incontrato la Merkel, Hollande e i presidenti del Consiglio e della Commissione UE, Van Rompuy e Barroso) non è successo nulla di nuovo. E nulla succederà nell’imminente trasferta a Madrid.

È stato un modo per dire “ci sono” agli altri leader. Per annusarsi. I nodi verranno al pettine negli appuntamenti istituzionali europei di maggio-giugno.  

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