Che vergogna questo Paese
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Che vergogna questo Paese

Un mese dopo le elezioni l'Italia è ancora senza guida. E i nostri problemi vanno sullo sfondo

25 febbraio-25 marzo.

È passato un mese dal voto e ancora non abbiamo un governo, né si capisce se e quando potremo averlo. Manca uno straccio di accordo, un linguaggio comune, la traccia di un sentiero, una fiammella in fondo al tunnel.

Bersani perde tempo a consultarsi con Saviano e solo domani comincerà a parlare coi partiti rappresentati in Parlamento. Il suo orizzonte mentale è segregato tra le pareti della direzione “democratica”. Quasi ogni parola che pronuncia è un calcio alla porta per sbarrare sempre di più il passo a qualsiasi “grande coalizione” con il centrodestra. Intanto Beppe Grillo, che da fuori del Parlamento cerca di disciplinare le coorti di eletti 5 stelle, lo sbeffeggia e manda a quel paese. Litigano tutti, sul niente. I partiti tra loro, le correnti dentro i partiti, i singoli parlamentari. Ognuno si tiene aggrappato al proprio trespolo. A uno strapuntino di potere.

Che spettacolo immondo. Che pena. Che pollaio.

Un mese è un mese. Un mese pesa, ogni giorno pesa sulle famiglie e sulle imprese che hanno l’acqua alla gola, che non arrivano (appunto) “alla fine del mese” e aspettano, con impazienza crescente, che i leader dei partiti si decidano a smetterla di scontrarsi sul passato, sulle ideologie, a fare cortei contro la modernità (No Tav) o massacrarsi sulla giustizia o dirsele tra loro di ogni colore, e mettano invece la testa sulle necessità reali, sulle “cose da fare”, scavalcando per amor di patria steccati, pregiudizi e bla-bla.

Insomma, chi se ne frega delle beghe personali tra il presidente del Senato, Pietro Grasso, e Marco Travaglio, o delle beghe tra quest’ultimo e Corrado Formigli per avere in trasmissione Grasso. Chi se ne frega se la presidente della Camera, Laura Boldrini, e lo stesso Grasso decidono di togliersi dallo stipendio 500 euro in più o in meno (sarebbe più interessante sapere se non solo Grasso ma tutti i magistrati rinuncino al privilegio di poter cumulare laute pensioni retributive a nuove indennità, ma poi chi se ne frega anche di questo). Chi se ne frega se i grillini vogliono o no parlare coi giornalisti italiani o con gli stranieri. Chi se ne frega delle bizze e dei dossier di Renzi sulle spese del Pd o dei mal di panca dei “giovani turchi”. Chi se ne frega di Ruby e Lavitola. Chi se ne frega di Lusi, Penati, Di Gregorio, Scilipoti e Razzi, o del trasferimento di Ingroia ad Aosta, del legittimo impedimento, persino delle nomine parlamentari (presidenze e vicepresidenze dei gruppi, segretari d’aula, questori, presidenti di commissione).

Noi vogliamo il governo. La pace. L’amministrazione del paese. Le scelte politiche quotidiane di un governo che sta in Europa. Vogliamo decisioni su come ridurre le tasse, pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni, far ripartire gli investimenti, sostenere chi ha perso il lavoro, risolvere il problema degli esodati, dare lavoro ai giovani, trattare in Europa.

Sia chiaro. I paesi seri ci riescono. Hanno l’amor patrio. David Cameron, il leader conservatore britannico, ha vinto le elezioni generali del 6 maggio 2010, ma senza una maggioranza per governare. Sei giorni dopo, il leader dei liberal-democratici, Nick Clegg, diventava vice-premier. Ripeto: 5 giorni dopo il voto.

In Germania, che ha procedure politiche e parlamentari spesso analoghe alle nostre, il 18 settembre 2005 la Merkel e Schroeder, i grandi nemici, si proclamarono entrambi vincitori nelle elezioni federali. Alla fine la Cdu della Merkel ottenne più seggi, ma non i 308 che servivano nel Bundestag per governare. Tre settimane dopo, il 10 ottobre, Cdu e socialdemocratici della Spd firmavano l’accordo per un esecutivo di larghe intese.

E noi? A un mese dal voto, Bersani non è ancora entrato nel vivo delle consultazioni, rifiuta di parlare con Berlusconi e si affida, di fatto, allo scouting, alle sfere di vetro, alle battute. Vergogna!

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