Elezioni 2013: e adesso?
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Elezioni 2013: e adesso?

Come si evita l'ingovernabilità e perché (certo che se il Pd avesse candidato Renzi...) - Lo Speciale Elezioni 2013 - Tutti gli eletti - Gli esclusi eccellenti

E ora? Un bel rebus per Bersani. Meno per Berlusconi e Grillo. Meno ancora per Monti e i suoi (pochi) superstiti, che non contano più (quasi) nulla.

Andrea Romano, consigliori del Professore, ha poco da dire che il 10 per cento è un buon punto d’equilibrio. Da adesso, spariscono dalla scena i centristi e i Pm (tranne quelli che devono ancora emettere le loro sentenze in tribunale). Il gioco è tutto fra Bersani, Berlusconi e Grillo.

Il primo incalza e propone Dario Fo presidente della Repubblica, dice che valuterà le leggi una per una, che non necessariamente il suo Movimento 5 Stelle è “contro tutti”. Il negoziato che dovrà ridisegnare le gerarchie del potere di qui ai prossimi giorni e settimane, è in mano al segretario del Pd e al leader del Pdl. Entrambi devono fare i conti con l’ex comico genovese. Poi, è ovvio, sarà decisivo il capo dello Stato, che però non può sciogliere le Camere perché si trova nel semestre bianco e a metà maggio scadrà dal suo incarico. Il 15 aprile il Parlamento neo-insediato comincerà a votare per il successore di Napolitano, e così la trattativa sul governo s’interseca con quella per il Quirinale.

L’ingovernabilità è nei fatti, ma anche no. In qualsiasi Parlamento, fosse anche il più frammentato, ci sono i numeri per governare. Lo dimostrano i cugini tedeschi e britannici con le loro alleanze passate o presenti tra partiti assai diversi. Chiamatelo governissimo, governo delle grandi intese, grosse koalition alla tedesca… Chiamatelo pure governo di minoranza, se potrà contare sull’uscita dall’aula del Senato dei parlamentari di almeno una delle tre compagini più grandi, che non vuol entrare nell’esecutivo o nella maggioranza ma neanche assistere all’imbarbarimento del sistema Paese.

Gli avversari possono concordare obiettivi minimi di governo, due punti di programma che consentano la riforma della legge elettorale, la riduzione di costi della politica, e l’ordinaria amministrazione che poi ordinaria non è vista la crisi perdurante.

Il tutto per arrivare in un anno o due a condizioni di maggiore stabilità e quindi a nuove elezioni. È complicato immaginare che questa legislatura duri il canonico quinquennio.

Ma chiunque assumerà la responsabilità principale del governo rischierà pure di sfaldarsi prima del voto, eroso dall’opposizione e dalla gravità della politica economica e fiscale da “applicare” al malato-Italia. Forse, per Pd e Sel aver conquistato alla Camera, d’un soffio, l’ambìto premio di maggioranza, non è il massimo. A volte è meglio perdere che vincere. E Bersani sembra aver perso due volte: ottenendo la maggioranza dei seggi alla Camera e perdendola al Senato.

Né si può tornare subito alle urne. Non foss’altro perché va eletto il capo dello Stato. Quindi un governo ci vuole. E ci vogliono un premier e un Presidente. E Grillo dirà la sua. E bisognerà ascoltarlo.

Berlusconi può attendere. Può chiedere garanzie in cambio del sostegno a un governo di minoranza o a un governissimo: la condivisione della nuova mappa del potere e delle gerarchie istituzionali. Sembra invece proibitiva per il Pd-Sel l’impresa, evocata da Vendola, di perseguire lo smembramento dei 5 Stelle e magari convincerne almeno una ventina, al Senato, a cambiare casacca. Così come è escluso lo scouting nel centrodestra. Bersani sembra aver imboccato, con la sua prosopopea da vincitore designato, un vicolo cieco. A meno che non decida di dimettersi e spianare la strada a Matteo Renzi. Ma, si sa, una simile astuzia o anche abnegazione non è il forte dei vertici del Pd.

Avesse voluto, oggi la classe dirigente della sinistra sarebbe impegnata a spartirsi le poltrone ministeriali in vista del primo Consiglio dei ministri, presieduto da Renzi. Nelle prossime settimane saranno in molti a rimpiangere che non sia stato il sindaco di Firenze a prevalere nelle primarie del Pd.

Forse avremo un governo. Potrebbe non essere un governissimo ma un governo stagionale, a tempo. Adatto a una Repubblica dimezzata.

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