WhatsApp: Jan Koum, l'idealista che ha venduto l'anima a Facebook
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WhatsApp: Jan Koum, l'idealista che ha venduto l'anima a Facebook
Economia

WhatsApp: Jan Koum, l'idealista che ha venduto l'anima a Facebook

Jan Koum è cresciuto in Ucraina detestando chiunque raccogliesse informazioni sulle persone. Brian Acton era stato rifiutato da Facebook. La parabola dei due idealisti che hanno venduto WhatsApp a Facebook

C’era una volta un ingegnere che amava la privacy e odiava la pubblicità...

Sarebbe un incipit perfetto per la favola che ha portato il co-fondatore di Whatsapp dalle retrovie di Yahoo! all’olimpo degli ultramiliardari dell’hi-tech; non fosse che, conoscendo già il finale , risulterebbe quantomeno sarcastico.

Ma comunque, dicevamo: c’era una volta un ingegnere, al secolo Jan Koum, che amava la privacy e odiava la pubblicità. Le ragioni di questa attitudine sono piuttosto intuibili: prima di trasferirsi nella Silicon Valley, Koum era cresciuto in Ucraina, in pieno periodo sovietico, quando alzare la cornetta del telefono equivaleva ad esporsi a un numero non quantificabile di orecchi sconosciuti. C’è chi è pronto a scommettere che passare l’adolescenza in un paese soffocato dal controllo delle autorità abbia instillato in Koum un fastidio epidermico per ogni forma di controllo, e che sia stato questo fastidio a indurlo a sviluppare un’app che consentisse alle persone di comunicare in libertà.

Nel 1992, quando era ancora adolescente, Koum e la sua famiglia si trasferirono in California, in piena Silicon Valley. Soldi ne avevano pochi, al punto che spesso e volentieri dovevano affidarsi ai food stamp  che il governo offriva alle famiglie più indigenti. Jan Koum comincia a mettere radici negli States, e come tanti altri immigrati studia, si laurea, e comincia a cercare lavoro. Il primo punto di svolta arriva nel 1997, quando un certo Brian Acton decide di assumerlo per una posizione a Yahoo!. Acton, almeno inizialmente, non mostra la stessa attitudine di Koum, del resto lui lavora nel campo del display advertising, quindi con la pubblicità ci ha a che fare costantemente.

Ma negli anni che i due passano a lavorare insieme, qualcosa deve succedere, perché nel 2007 Koum e Acton decidono di lasciare Yahoo! per cercare fortuna altrove, possibilmente in un’azienda che non basi la propria esistenza sull’advertising e sull’accumulo dei dati sensibili dei propri utenti.

Nel 2009, dopo due anni a spasso, Koum registra il nome Whatsapp e comincia a lavorare a tempo pieno su un’applicazione mobile che ha come obiettivo quello di minimizzare i costi dei messaggi testuali, a prescindere dalle distanze e dai paesi di appartenenza degli utenti. Nel giro di qualche mese, dopo avere tra le altre cose fatto domanda di assunzione a Facebook  (respinta), Acton decide di unirsi al suo ex-collega.

L’app viene lanciata come gratuita e, cosa assolutamente insolita, non viene organizzato nessun genere di campagna di marketing. Appoggiandosi solo al passaparola, nel giro di poco tempo, Whatsapp raggiunge i 10.000 download al giorno . Tenere in piedi un servizio simile ha i suoi costi, e dal momento che Koum non ha alcuna intenzione di imbottire la sua creatura di pubblicità, i due decidono di rendere il servizio a pagamento: dopo un anno di attività gratuita, l’utente è tenuto a pagare 99 centesimi ogni anno. I donwload scendono a 1000 al giorno, ma il germe è stato piantato, e Whatsapp continua la sua inesorabile scalata verso il successo planetario.

Il costo ridotto, la qualità del servizio, l’assenza di pubblicità, il fatto che (a differenza del resto del mondo mobile) Whatsapp non raccoglie alcun tipo di informazione personale sull’utente, fatta eccezione (ovvio) per il numero di telefono.

In cinque anni, senza spostarsi un centimetro da questa posizione, Koum e Acton arrivano ad attrarre 450 milioni di utenti che ogni giorno inviano 50 miliardi di messaggi e scambiano 400 milioni di foto. L’ascesa di Whatsapp è un problema per quelle aziende che vorrebbero affondare gli scarponi nel terreno fertile della messaggistica mobile, ma basano i propri introiti su pubblicità e dati sensibili. Nell’aprile del 2013 gira voce che Google voglia comprare Whatsapp per un miliardo di dollari. La cifra sembra folle, ma l’accordo non va in porto. Oggi, a meno di un anno di distanza, Facebook riesce a neutralizzare il pericolo Whatsapp sganciando 16 miliardi di dollari.

Cos’è successo? Forse Facebook ha dato a Koum la garanzia che potrà continuare ad accudire la sua creatura senza vendere l’anima al diavolo. Forse, più probabilmente, come tanti altri idealisti, anche Jan Koum aveva un prezzo.

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