Oscar Giannino e la web tax: metodo dubbio ma guerra giusta
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Oscar Giannino e la web tax: metodo dubbio ma guerra giusta
Economia

Oscar Giannino e la web tax: metodo dubbio ma guerra giusta

La norma per fare pagare più tasse ai colossi di internet si è risolta in un compromesso. Ora tocca a Letta portare la questione a livello europeo

Una battaglia vale la pena di essere combattuta comunque, pur sapendo che non ha possibilità di vittoria? La risposta è: dipende dai punti di vista. Tattica e strategia insegnano che è un pessimo comandante chi s’impegna sapendo di perdere. Tranne però quando lo si ritenga comunque necessario. A fini simbolici, o per impedire comunque un’azione avversa. Si spiega così lo scontro accesosi sulla cosiddetta web tax. Sfociato per ora in un compromesso, nella legge di stabilità.

Una cosa va data per sicura. Il deputato Francesco Boccia, primo proponente sin dall’ottobre scorso della tassa, o Carlo De Benedetti, sceso in campo per dargli man forte, sanno perfettamente quel che va ricordato, e cioè che le fonti giuridiche in materia di Iva e tassazione di soggetti internazionali sono sovraordinate rispetto alla legge di stabilità italiana, e che dunque la norma che propongono verrebbe impugnata. Tuttavia, ritengono che sia giusto anche perderla, questa prima battaglia, pur di mostrare che è una guerra che va comunque combattuta.

Di che si tratta? Di far pagare più tasse ai giganti mondiali internet, come Google, o Facebook, o Amazon. Essi si avvalgono delle legittime possibilità di arbitraggio fiscale oggi aperte negli ordinamenti fiscali internazionali. Di conseguenza, mantengono la sede legale negli Usa, ma incorporano le attività di vendita in paesi a bassa tassazione come l’Irlanda. E spessissimo ricorrono poi a un’ulteriore triangolazione di partite commerciali e finanziarie attraverso società in paesi offshore, prossimi alla tassazione zero.

È un problema che da un paio d’anni, nell’esplosione della crisi e nella sete dei bilanci pubblici, ha visto il Congresso degli Stati Uniti porsi il problema di come recuperare i profitti che i giganti internet sottraggono alla tassazione americana, superiore al 30 per cento. E il parlamento britannico a organizzare una ruvida serie di audizioni, in cui i colossi del web sono stati chiamati a rispondere del loro operato. Nel Regno Unito tra il 2006 e il 2011 la Google ha generato ricavi per oltre 12 miliardi di sterline e pagato solo 10,6 milioni di imposte societarie. Da noi nel 2012 la società di Facebook ha pagato in imposte solo 192 mila euro sulla pubblicità raccolta, e la Google 1,8 milioni.

Di qui la doppia proposta: consentire ai giganti esteri della rete di effettuare ecommerce di qualunque tipo solo attraverso un soggetto italiano con partita Iva, e stimare in ogni caso in via analitico-deduttiva il flusso di pubblicità da essi raccolta qui, cioè la cifra d’affari, l’imponibile e l’imposta da loro dovuta, e l’ammontare di diritti d’autore da pagare. Come se la pubblicità italiana visibile qui non fosse perfettamente vendibile e acquistabile altrove, vista l’immaterialità della rete. Una proposta a cui il neosegretario del Pd Matteo Renzi ha subito detto no, unendo la sua voce a quella di alcuni liberali (anch’io) e di diversi esponenti dello stesso Pd come Giampaolo Galli, che subito avevano fatto notare che la norma era illegittima.

Primo: perché, come ha osservato Raffaele Rizzardi, componente del Comitato fiscale europeo, in materia di Iva transnazionale la competenza europea è stretta, essendo l’imposta pilastro di finanziamento comunitario. Secondo, perché ci sono le intese fiscali bilaterali tra diversi stati, vigenti in materia di doppia tassazione. In altre parole, se la norma italiana andasse avanti e venisse approvata, sarebbe certa sia la sua impugnazione sia la sua cassazione.
Ma, appunto, i sostenitori della web tax lo sanno benissimo. La loro tesi è un’altra: l’Italia deve comunque accendere un fuoco perché la battaglia è giusta, è una questione di equità. In effetti agli editori italiani brucia parecchio che i concorrenti nella raccolta pubblicitaria paghino assai meno imposte; e alla Telecom Italia non va giù che chi occupa vasta parte della banda di trasmissione non partecipi all’investimento necessario a posare e manutenere la rete.

Ma se vogliamo che l’Europa si muova, dice Boccia, vale la pena di far scandalo con una norma comunque, anche facendocela poi cancellare. È troppo lenta l’Europa, dicono, visto che si è data un orizzonte temporale entro il 2015 per disciplinare la materia dell’Iva sui servizi di commercio elettronico e di tlc transfrontalieri. La battaglia è sfociata in un compromesso all’italiana, cassando la prima proposta (Iva sull’e- commerce) e tenendo la seconda (pubblicità). Così entrambi gli schieramenti possono dire di aver ragione. Tre osservazioni, allora. Enrico Letta ha preferito il silenzio, ma sarebbe stato meglio riservare la proposta, se lo convince, al semestre di presidenza italiano della Ue. Secondo, negli stessi giorni il governo varava le misure «destinazione Italia» per attirare imprese estere, invece l’effetto è stato quello di volerne bersagliare alcune delle maggiori. Terzo, vista la pesantezza proverbiale del fisco italiano, se e quando esistono a giudizio di alcuni questioni di equità tributaria con soggetti esteri, meglio affrontarle senza violare norme internazionali, ma battendosi apertamente per cambiarle.

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