Vino italiano, perché la revoca dei dazi cinesi non basta
Il presidente cinese Xi Jinping, al centro, a una degustazione di vini europei (credits: Laurent Cipiriani/Epa/Ansa)
Vino italiano, perché la revoca dei dazi cinesi non basta
Economia

Vino italiano, perché la revoca dei dazi cinesi non basta

Nel 2013 crisi, polemiche politiche e diminuzione dei margini hanno fatto crollare il nostro export dopo cinque anni di crescita. I francesi ci doppiano, Australia e Sudamerica conquistano sempre più spazio e la lobby dei produttori locali sgomita. Mentre a fine 2014 Pechino potrebbe persino riproporre la procedura antidumping

La tregua è stata firmata ormai una settimana fa, ma i produttori italiani continuano a non dormire sonni tranquilli. Se è vero che il ritiro cinese della procedura antidumping nei confronti dei vini europei sottrae qualche ombra al futuro delle nostre esportazioni di bianchi, rossi, rosé e bollicine, infatti, è vero anche che queste ultime attraversano un momento di difficoltà, arrivato peraltro dopo anni fantastici, anche in assenza di dazi commerciali.

Dall’inizio del 2008 alla fine del 2012, secondo un’analisi di Coldiretti su dati Istat e Ice, le nostre esportazioni in valore verso la Cina erano passate da 19 a 77 milioni di euro. A livello complessivo, le importazioni dall’Europa nel solo 2012 erano aumentate dell’8% per un incremento pari a 3,4 milioni di ettolitri, e assorbivano oltre il 58% dei consumi totali, con il resto del mondo a spartirsi un altro 33-34%. Mentre la produzione autoctona, seppure in forte crescita grazie anche all’apporto di know how specialistico italiano (sono oltre 100 i tecnici vitivinicoli trasferitisi nel Paese da quando nel 2005 Pechino ha deciso di investire nel settore, con il recupero di enormi aree nelle campagne di Gansu, Xinjiang, Ningxia e Shandon) non è ancora in grado di raggiungere gli standard qualitativi richiesti dalla classe media locale avida soprattutto di rossi e bollicine. E nemmeno quelli quantitativi, visto che da un biennio, complici disastri ambientali e una maggiore difficoltà a reperire manodopera, è ferma a circa 4 milioni di ettolitri.

Anche nel 2013 per la verità le cose erano cominciate piuttosto bene per il nostro export: il primo semestre dell’anno aveva confermato il trend di crescita, con un aumento del 15%, persino superiore a quello messo in mostra dai produttori francesi che pure ci doppiano in termini di market share e fanno addirittura otto volte tanto in termini di fatturato, con 546 milioni di euro contro 77. Qui i motivi sono tanti e differenti, a partire dalla più elevata diffusione di ristoranti francesi e del quasi monopolio di Parigi nella gestione di hotel europei e tra i sommelier e i grandi buyers. Ma nel secondo semestre, oltre alla nostra tradizionale struttura di microimpresa, a un piccolo e probabilmente fisiologico calo dei consumi e a un aumento dei noli per l’Asia che ha messo un po’ sotto pressione i margini delle nostre aziende, a minacciare le esportazioni è arrivata anche la politica.

Intorno a Ferragosto, infatti, Pechino aveva manifestato l’intenzione di avviare una formale procedura antidumping nei confronti dei vini prodotti all’interno dell’Unione europea, in reazione alla scelta comunitaria scattata il 6 dello stesso mese di inasprire notevolmente i dazi ai pannelli solari cinesi venduti all’interno della Ue, passati da un’imposta del 12% a una del 47,6%. La risposta del governo, sollecitata dalla Cada, la potente associazione dei produttori cinesi di alcolici, non si era fatta attendere e il ministero del Commercio estero aveva dichiarato di pensare a un “significativo incremento fiscale” sulle importazioni di vino dall'Europa, e forse anche su quelle di superalcolici. I produttori locali, in effetti, già da anni lamentano i prezzi troppo bassi delle etichette in arrivo dal Vecchio continente: prezzi favoriti a loro dire dai sussidi messi a disposizione dalla Pac, il piano settennale di aiuti all’agricoltura stanziati da Bruxelles. In realtà le cose non stanno esattamente così, visto che l’Unione cofinanzia (cosa che del resto fa anche Pechino su un’ampia gamma di prodotti manifatturieri) le azioni di promozione del vino europeo sui mercati extra-Ue, ma non le sue spedizioni fisiche.

Non sono solo questi, naturalmente, i fattori che hanno penalizzato l’export tricolore . La verità è che, come spesso accade in questi casi, i Paesi europei hanno reagito in ordine sparso, nonostante gli sforzi del commissario Ue di trovare prima una sintesi tra Italia e Francia, i due principali esportatori, poi tra Italia, Spagna e Portogallo, ossia le aree più esposte alla crisi e per le quali un irrigidimento del mercato export cinese sarebbe potuto risultare fatale considerate le contrazioni di altri settori, e infine tra le diverse sfumature italiane. Il tutto mentre i produttori terzi (Australia, Nuova Zelanda, Cile, Argentina e Libano in prima fila) approfittavano del momento di stallo per lanciare una campagna di sconti e di promozione pubblicitaria in grande stile, ricorrendo in qualche caso anche a iniziative non certo ortodosse ma apprezzatissime da stampa e politici locali.

Risultati: a fine 2013 il trend di crescita si è invertito per la prima volta, e in maniera pesante: i nostri vini hanno fatto segnare un calo del 33 per cento in termini di volumi esportati a fronte di decrementi molto minori dei competitors europei e di aumenti in doppia cifra delle quote di mercato altrui, in particolare dei sudamericani. I dazi cinesi, insomma, sarebbero stati il colpo del ko per le nostre vigne, già alle prese con una domanda interna stagnante. Ma la loro scomparsa, tuttavia, non può da sola allontanare i venti di crisi.

Certo, la tregua potrebbe riportare tranquillità e investimenti, ma la sensazione è che solo la fascia altissima di mercato riuscirà a recuperare in fretta le posizioni perdute: gli ordinativi della prima parte dell’anno non hanno fatto registrare il botto, mentre l’appuntamento con il Great Wines of Italy, tradizionale roadshow di fine anno organizzato dal sommelier inglese James Suckling che tocca Pechino, Shanghai e Hong Kong, è ancora lontano. Prima ci sarà un’altra scadenza importante: dopo la rinuncia ai dazi, infatti, Shen Dayang, portavoce del ministero per il Commercio cinese, ha tenuto a precisare che l’accordo vincolerà Pechino solo fino al termine del 2014, quando il problema potrebbe dunque riproporsi. Anche se prevedere quali saranno le condizioni di mercato da qui a nove mesi, con un congresso del Partito Comunista e una vendemmia di mezzo, è quantomeno difficile. 

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