Vendite di stato, un altro film horror
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Vendite di stato, un altro film horror
Economia

Vendite di stato, un altro film horror

Il governo naviga a vista e non taglia la spesa. Così cerca di far aumentare le entrate con il remake delle privatizzazioni. Ma il caso Avio mostra che non servono a ridurre il debito

di Fabrizio Pezzani*

Da quando nell’ottobre 2011 è cominciato l’attacco speculativo delle banche d’affari sui nostri Btp, il Paese e la sua classe dirigente sono sembrati sempre più simili a un pugile all’angolo suonato e incapace di capire da dove e perché venissero quei colpi micidiali. I governi si sono alternati con un desolante peggioramento della situazione economica e finanziaria: il debito pubblico a marzo 2011 era pari a 1.875 miliardi e a luglio del 2013 era salito a 2.075 miliardi: 200 miliardi in più di spesa improduttiva. Lo spread, tuttavia, è calato asimmetricamente alla dinamica dei conti e della spesa pubblica (dai 600 punti di novembre 2011 ai 230 di oggi), dimostrando quanto il suo andamento non sia razionale ma dipenda da un gioco egemonico della finanza che ci sovrasta e ci tiene perennemente sotto ricatto.

I problemi economici e finanziari sono l’effetto ma non la causa della crisi del nostro tempo; la vera causa è più profonda e lontana nel tempo e ha le sue radici in un modello socioculturale arrivato al capolinea. Nel nostro caso è rappresentata dal collasso di una classe dirigente ormai incapace (o quasi) di rinnovarsi negli uomini e negli ideali e da troppo tempo lontana da una realtà che non capisce più ma continua ad affrontare con strumenti culturali vecchi e inidonei all’uso. Da anni questo Paese non produce più cultura nuova, vive solo di quella della rendita che brucia ricchezza ma non la crea e riconosce come merito solo quello dell’appartenenza. L’espansione della spesa e del debito pubblico ne sono l’evidente espressione e rappresentano un colpevole debito morale verso le future generazioni.

Il problema centrale del Paese, mai affrontato, è la drammatica inadeguatezza dei sistemi di controllo. Tutti s’indignano per le furfanterie dei politici, degli amministratori pubblici e di quelli privati, però nessuno si domanda mai: dov’era chi doveva controllare? L’ipertrofica cultura giuridica prevalente nel Paese è caratterizzata da caotici conflitti normativi e i valori morali rimangono nella polvere. Di fronte a ogni problema si pensa di risolverlo con una nuova legge, un inasprimento della precedente o con la costituzione di nuovi organi di controllo che si moltiplicano all’infinito. Tutti in ordine sparso e nessuno che si parli per confrontarsi, una situazione kafkiana in cui tutti controllano e nessuno controlla.

Per la prima volta la Corte dei conti non ha parificato il bilancio della Regione Lazio (5 miliardi di disavanzo cumulati nel tempo), che da anni era in dissesto davanti agli occhi di tutti. Ma perché non si è fatto prima? I provvedimenti di risanamento attuati si collocano sempre a valle e girano attorno al problema vero che è a monte, e consiste nel ripensare e mettere a regime un sistema di contabilità meno giuridico che dia trasparenza alla resa di conto e alle correlate responsabilità. Altrimenti nell’opacità attuale la colpa è sempre di tutti e di nessuno. È necessario porre fine al conflitto di interessi tra controllori e controllati che è la base del non controllo, unitamente alla mancanza di competenze specifiche; prevedere, poi, sanzioni reali che riducano l’abituale «moral hazard».

Oggi, di conseguenza, si continua a navigare a vista con un patto di «instabilità e decrescita» che sembra la tela di Penelope continuamente filata e poi disfatta. I provvedimenti, anche recenti, che vengono presi dall’esecutivo risultano sempre sterilizzati dai dettati normativi di attuazione che li svuotano dei risultati attesi, alimentando l’estenuante gioco illusorio delle tre carte e le vuote polemiche conseguenti. In definitiva sono promesse, non previsioni. La conseguente opacità programmatoria impedisce a ogni singolo cittadino di fare il budget della sua spesa famigliare con un intreccio di tasse che vanno, vengono e spesso rimangono, però con un nome diverso, a comporre un inestricabile «sudoku giuridico».

Così, a fronte dell’incapacità strutturale di ridurre la spesa, bisogna fare leva sulle entrate. E allora entriamo nel merito delle privatizzazioni. Tutte le privatizzazioni che abbiamo fatto non sono mai servite a ridurre il debito, che in valore assoluto non è mai diminuito. Nel 1992 il vertice sul transatlantico Britannia fra autorità italiane e rappresentanti della finanza internazionale ha avviato la svendita dell’alimentare italiano a prezzi di saldo e ha aperto la strada a quei derivati (le banche d’affari di Wall Street erano la controparte) che oggi abbiamo sulle spalle (20 miliardi di euro?). L’anno scorso abbiamo venduto l’Avio (4 miliardi che si sono compensati con le «minori entrate» causate dalla miope e suicida tassa sul lusso), prima azienda al mondo nel settore dei propellenti, ma il debito è aumentato e in compenso l’Avio non l’abbiamo più. Ora sembra configurarsi una sorta di brutto remake di quella storia.

Andiamo a proporre in vendita i risultati della nostra storia a un mondo della finanza che ci ha spolpato nel 2011 e risulta ancora troppo opaco, cinico e deregolamentato. Proprio il dipartimento di Giustizia Usa ha spinto a risarcimenti miliardari (13 miliardi di dollari alla JpMorgan Chase) alcune istituzioni di quel mondo per comportamenti fraudolenti nella gestione dei subprime che hanno causato la crisi globale del 2008. E' inaccettabile! Dobbiamo tornare a riprendere contatto con le radici del nostro popolo, quelle delle generazioni che con il loro sacrificio ci hanno sollevato dal disastro del secondo dopoguerra, perché i problemi non sono mai né tecnici né economici  solo di uomini. Abbiamo aumentato la spesa e il debito pubblico peggiorando i servizi ai cittadini, specie ai più deboli, per incapacità, miopia ed egoismo. Se anche ripianassimo il debito, paradossalmente, non risolveremmo i problemi veri, quelli valoriali e culturali di fondo che rimarrebbero. Ci sono cose, diceva Robert Kennedy nel lontano 1966, che devono venire    prima del danaro e sono l’immaginazione, la creatività, il coraggio, la determinazione, la lealtà, il rispetto reciproco per il bene comune, valori che abbiamo dimenticato ma non perso. A questi valori dobbiamo ritornare per ricominciare a sperare e recuperare una dimensione spirituale senza la quale l’uomo non può esistere per non lasciare alle nuove generazioni l’onere di convivere con i nostri errori.   

* professore ordinario di programmazione e controllo alla Bocconi

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