Vendere gli immobili pubblici: tutti lo dicono ma nessuno lo fa
Vendere gli immobili pubblici: tutti lo dicono ma nessuno lo fa
Economia

Vendere gli immobili pubblici: tutti lo dicono ma nessuno lo fa

Da più di vent'anni, a intervalli regolari, i ministri dell'economia annunciano dei piani di dismissione del patrimonio dello stato. Ma i progetti naufragano sempre. Ecco perché

Dopo Grilli, Tremonti, Visco e persino Guido Carli, ora ci prova pure Fabrizio Saccomanni . La “manovrina” appena messa in cantiere dal ministro dell'Economia, che prevede di raccogliere 500 milioni di euro con la vendita di immobili pubblici, è l'ennesimo tentativo di un governo italiano di fare cassa dismettendo una parte dell'immenso patrimonio dello stato, rappresentato da edifici, terreni e fabbricati presenti in ogni angolo della Penisola. Prima di Saccomanni, a ricavare soldi con il mattone di stato ci hanno provato parecchi suoi predecessori, quasi tutti con risultati modesti o addirittura negativi. Ecco, in sintesi, come è andata.

LA MANOVRINA DI SACCOMANNI

Il primo tentativo fu addirittura di Guido Carli, ministro del Tesoro negli anni '90 del secolo scorso, che progettò di creare una società per azioni, la Immobiliare Italia Spa, in cui far confluire una parte del patrimonio pubblico da vendere. Il progetto, però, non partì neppure e fu accantonato a data da destinarsi.

I PROGETTI DI PRODI E VISCO

Poi fu la volta del primo governo Prodi, in carica tra il 1996 e il 1998, che creò un'apposita commissione presieduta dall'economista Giacomo Vaciago, per studiare come dismettere il tesoretto dello stato costituito da edifici e palazzi con varie destinazioni. Anche in quel caso, il progetto naufragò: la previsione dell'allora ministro delle finanze, Vincenzo Visco, era di ricavare nel breve almeno mille miliardi di vecchie lire. In realtà, i proventi incassati dallo stato raggiunsero appena i 5 miliardi.

LE CARTOLARIZZAZIONI DI TREMONTI

Nell'ultimo decennio, un'altra maxi-vendita di immobili è stata messa in cantiere da Giulio Tremonti, ministro dell'Economia del governo Berlusconi. Nel 2001 e nel 2002, furono effettuate due cartolarizzazioni attraverso le società-veicolo, Scip 1 e Scip2, che collocarono sul mercato titoli finanziari , garantiti dalla futura vendita di immobili pubblici. Nel complesso, anche queste operazioni non diedero gli effetti sperati. Con Scip2, per esempio, i ricavi delle vendite furono di soli 3,6 miliardi, a fronte di un patrimonio cartolarizzato di quasi 7,8 miliardi di euro. Inoltre, qualche anno più tardi, lo stato dovette persino rimborsare una cifra di 1,7 miliardi di euro, per ripianare i debiti contratti da Scip2.

Sempre nel decennio scorso, ci fu un ulteriore tentativo di vendere il tesoretto pubblico con la creazione di un'altra società per azioni: la Patrimonio spa, poi liquidata nel 2011. Pure in questo caso, il risultato fu modesto, con la sola creazione del Fondo Immobiliare Patrimonio Uno, che ha ha ricevuto il conferimento di immobili statali per un valore di poco superiore ai 700milioni di euro.

IL PIANO DI GRILLI

Dopo altri interventi minori messi in atto sia dai governi di centrosinistra che da quelli di centrodestra, si è giunti fino al piano ideato nel 2012 da Vittorio Grilli, ministro dell'Economia nel governo Monti, che prevede la vendita di immobili pubblici per 15-20 miliardi di euro all'anno, nell'arco di un decennio. Si tratta di un programma ambizioso che, tuttavia, dopo il cambio di legislatura è rimasto sulla carta.

VENDITE DIFFICILI O IMPOSSIBILI

In oltre 20 anni, insomma, chi ha voluto privatizzare il mattone di stato ha raccolto soltanto briciole, o poco di più. La ragione di questi fallimenti l'ha spiegata tempo fa l'economista Giuseppe Maria Pignataro, il quale ha elencato tutti gli ostacoli che, da sempre, impediscono la vendita degli immobili pubblici: la scarsa collaborazione da parte degli enti proprietari, la presenza di vincoli storici e artistici, le difficoltà nel raccogliere la documentazione tecnico‐legale sugli edifici, i veti incrociati e le procedure burocratiche molto pesanti e farraginose. Come se non bastasse, negli ultimi anni si è aggiunto pure lo sgonfiamento del mercato del credito, che rende la vita difficile a chi vuole indebitarsi per acquistare un immobile.

Prima di mettere in cantiere le vendite del mattone di stato, dunque, secondo Pignataro il governo deve fare delle riforme strutturali irrinunciabili. Si tratta di interventi necessari per riattivare il mercato del credito ed eliminare assurde procedure burocratiche che richiedono il rilascio di una montagna di autorizzazioni da parte di enti diversi, soltanto per cambiare e valorizzare la destinazione degli edifici. Inoltre, occorre anche un piano di razionalizzazione dei fabbricati, visto che in Italia c'è un enorme spreco di spazi. Nel nostro paese, infatti, gli immobili della pubblica amministrazione hanno una superficie media per addetto (cioè per ogni impiegato statale) di ben 50 metri quadri, contro gli appena 20 metri quadri che si registrano in Europa.

IL PIANO DI VENDITE PROPOSTO A LUGLIO

COSA PUO' ESSERE VENDUTO E COSA NO

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