Economia

Il caso Uber? Simbolo della retrovia milanese

Il caso della app per il servizio di noleggio conducente è simbolo di una politica che guarda al passato e non al futuro

Il caso Uber  rappresenta l’opportunità per mostrare al mondo l’inversione di tendenza verso un Paese «business friendly». Milano, proprio per l’Expo 2015, può dare un segnale forte. New York, fatte le dovute differenze, è un caso interessante per il sindaco di Milano. Il suo omologo, Michael  Bloomberg, ha dato una sterzata decisa all’economia locale: diventare l’hub del venture capital e dell’innovazione per creare la terza industria dopo la finanza e i media. Oggi New York è al secondo posto dopo la Silicon Valley con più di 3 miliardi di dollari di investimenti, 900 start-up e 3 mila nuovi posti di lavoro. È una politica determinata che abbina cose concrete (incentivi fiscali, locationlogistica appropriate) a comunicazione (un sito che indica la posizione dei venture capitalist e di chi assume, la campagna pubblicitaria «We are made in New York»), a percezione di essere, appunto, il luogo dove investire e creare un’azienda. Dai giovani ai fondi d’investimento, tutti sono apprezzati e portati a esempio per le energie e i soldi che investono a New York. Questi sono i nuovi eroi dell’epica a stelle e strisce. Mentre le politiche sono commodity mutuabili, la leadership è la merce rara. Senza perifrasi, significa andare contro lo status quo conservatore indicando una nuova via. Di necessità, virtù. Questo è il vero test per Giuliano Pisapia e la sinistra. Vogliono davvero riforme, sviluppo e creare nuovi posti di lavoro? Il mondo li osserva. Uber parla al mondo dell’Italia.

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