Tfr in busta paga: 3 motivi per cui la pensione è a rischio
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Tfr in busta paga: 3 motivi per cui la pensione è a rischio
Economia

Tfr in busta paga: 3 motivi per cui la pensione è a rischio

L'Inps non riuscirà a garantire un assegno adeguato alla maggior parte dei lavoratori, ma solo 1 su 4 aderisce alla previdenza complementare

Il rischio per coloro che chiederanno l'anticipo del Tfr in busta paga è quello di trovarsi con pensioni da fame in futuro o comunque non adeguate. A lanciare l'allarme sulla proposta contenuta nella legge di Stabilità targata Renzi per aumentare i salari, e quindi rilanciare i consumi, è il vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, durante l'audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato di lunedì 3 novembre. Secondo Signorini è "cruciale che sia mantenuta la temporaneità del provvedimento, motivato dalla fase congiunturale eccesionalmente avversa".

Di seguito vi spieghiamo quali potrebbero essere gli effetti di questo provvedimento su un tesoretto di oltre 20 miliardi di euro.

L'impatto sui fondi pensioni complementari

Come è noto, dal 2007, l’anno del lancio della previdenza integrativa in Italia, ogni dipendente deve decidere entro 6 mesi dall’assunzione se destinare il proprio Tfr da maturare alle forme pensionistiche complementari (fondi negoziali o di categoria, fondi pensione aperti o Pip) o se lasciarlo in azienda ed eventualmente aderire in un momento successivo alla previdenza complementare.

Parte del Tfr, quindi, va ad alimentare i fondi pensione, considerati il vero salvagente per molti lavoratori. Prodotti che, però, sono ancora poco diffusi in Italia e che verrebbero ulteriormente ostacolati dalla frenata dei flussi in entrata, qualora i lavoratori decidessero in massa di trattenere il Tfr, e dall'aumento della tassazione sui rendimenti annui dall'11 al 20%.

Ogni anno 5,5 miliardi di euro del Tfr "maturando" finiscono nei prodotti della previdenza complementari, 6 miliardi nel Fondo Tfr gestito dall’Inps per conto dei lavoratori nelle imprese con più di 50 addetti e 11 miliardi sono accantonati presso le imprese medio piccole (con un numero inferiore a 50).

I risultati della previdenza complementare

Stando agli ultimi dati Covip, a fine 2013 poco più di 6,2 milioni di lavoratori hanno aderito a una forma di previdenza complementare, pari al 27,7% del totale. La maggior parte dei lavoratori, quasi la totalità nel settore del pubblico impiego, non sceglie, preferendo lasciarli in azienda (nel caso delle imprese con meno di 50 lavoratori) o all’Inps.

Spesso perdendoci: al netto dei costi, le forme pensionistiche complementari hanno ottenuto nel 2013 risultati superiori al tasso di rivalutazione del Tfr nel 2013. Negli ultimi 9 anni, stando alla recente relazione della Covip, i fondi negoziali hanno battuto il Tfr in sei casi su nove (in tre anni hanno fatto peggio), i fondi aperti cinque volte (una hanno pareggiato e tre perso) e i più recenti Pip quattro volte (due hanno fatto peggio).

Il rischio per i più giovani

A rischiare sono soprattutto i lavoratori più giovani che, nella maggior parte dei casi, hanno al loro passato carriere discontinue.

Ecco perché Bankitalia è tornata a chiedere l'avvio di tutte quelle iniziative che possano consentire ai lavoratori di effettuare una scelta consapevole, come la cosiddetta busta arancione, lo strumento diffuso nei paesi scandinavi che fotografa la vita contributiva di un lavoratore con la relativa proiezione sull'aspettativa di pensione.

Solo pochi lavoratori, infatti, andando in pensione intorno ai 70 anni, potranno contare su un assegno adeguato dall’Inps calcolato con il metodo contributivo.

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