Ministero Economia, tecnico o politico? Le vere ragioni del dilemma di Renzi
Ministero Economia, tecnico o politico? Le vere ragioni del dilemma di Renzi
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Ministero Economia, tecnico o politico? Le vere ragioni del dilemma di Renzi

La scelta del nome ha conseguenze dirette sull'uso dei 32 miliardi di risparmi della spending review: meno debito o meno tasse

Ammesso e non concesso. Qualsiasi approfondimento sul futuro dell’economia italiana non può che partire da questa premessa. Quindi: ammesso e non concesso che il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, riesca nel suo compito, improbo, di tagliare la spesa pubblica corrente dello Stato, in tutte le sue articolazioni, di 32 miliardi in tre anni, il problema è: che cose ne facciamo di questi risparmi. La risposta a questa domanda si intreccia con la scelta del prossimo ministro dell’Economia. Renzi deve cioè scegliere tra un tecnico ed un politico. E da questa decisione dipende la fine che faranno proprio quei 32 miliardi, ai quali si aggiungono gli eventuali proventi dalle privatizzazioni.

Non è, infatti, un mistero che Bruxelles preferisca vedere quei soldi destinati alla riduzione del debito pubblico ed è per questo che le pressioni di questi giorni su Renzi abbiano come scopo quello di sponsorizzare o una riconferma di Fabrizio Saccomanni o la nomina di un altro tecnico come, ad esempio, Pier Carlo Padoan, Lucrezia Reichlin o Guido Tabellini, più sensibili, per cultura, frequentazioni o perché non costretti a dare conto a nessun partito e a nessun leader, delle loro azioni, alle ricette pro-austerity provenienti dall’Europa. La cui urgenza è quella di vedere risanati i conti pubblici sia con una patrimoniale sia con la destinazione dei risparmi di spesa. In questo senso va anche interpretata la visita, del tutto inusuale, che il presidente del Consiglio incaricato, Matteo Renzi, ha fatto  al governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, certamente più sensibile ai richiami “rigoristi” di Bruxelles, e poco ottimista sul risultato che può ottenere un pressing per ottenere il permesso di sforare il limite del 3% del rapporto tra deficit e Pil, che alle esigenze di un governo che si è dato come obiettivo il rilancio economico. Rilancio che, al netto delle riforme strutturali “a costo zero” non può avvenire senza una riduzione significativa delle tasse su famiglie e imprese. E, d’altra parte, proprio la riduzione delle tasse è la principale delle promesse di Matteo Renzi, che ripeterà anche nell’aula del Senato nel suo discorso programmatico previsto per lunedì. L’Europa ci considera, tuttavia, ancora un Paese a rischio che, nonostante buona parte dei compiti a casa li abbia svolti (riforma Fornero tra tutte) non ha ancora dato segnali inequivoci riguardo la sua volontà di ridurre il debito che, nelle stanze di Bruxelles, viene prima della riduzione della pressione fiscale.

Ecco perché la scelta di Renzi tra un ministro tecnico e un ministro politico non è solo una questione nominalistica: ne va della possibilità di vedere ridotte le tasse, una mossa per la quale Graziano Delrio, fedelissimo del presidente del Consiglio incaricato, non vedrebbe l’ora di realizzare. Ma lo scoglio si chiama Bruxelles.

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