10 miliardi di euro: il taglio alle tasse annunciato dal governo Renzi
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10 miliardi di euro: il taglio alle tasse annunciato dal governo Renzi
Economia

10 miliardi di euro: il taglio alle tasse annunciato dal governo Renzi

Dal decretone dell’agosto 2011 al Salva Italia di Mario Monti nel dicembre dello stesso anno, per finire con Enrico Letta, buona parte delle risorse sono state estratte dalle buste paga, dalle pensioni e dai risparmi. Adesso si cambia rotta?

Pochi, benedetti e subito: Matteo Renzi ha scelto la formula più semplice e popolare per saltare il fossato fiscale. Che 10 miliardi siano benedetti, non c’è bisogno di spiegarlo: gli ultimi dati Istat sui consumi e sulla sfiducia dei consumatori hanno fornito un’ulteriore pezza d’appoggio. Se verranno erogati subito, dipende dalla rapidità con la quale il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan troverà le risorse che oggi non ci sono. L’unica cosa certa è che il taglio non è sufficiente.

Il cuneo fiscale ammonta a 296,4 miliardi, dei quali 134,9 a carico dei lavoratori: quindi, essi recupererebbero appena il 7,4 per cento rispetto a quanto versano. Non basterà, certo, a rilanciare la domanda interna (cavallo di battaglia di Stefano Fassina e della sinistra del Partito democratico), né a migliorare la distribuzione del reddito, bandiera di Maurizio Landini, il capo della Fiom con il quale ha trovato una intesa il «revisionista» Renzi. Ma non servono neppure a recuperare quel che si è perso in tutti questi anni di austerità a senso unico. La pressione fiscale, ha certificato l’Istat martedì 11 marzo, in Italia è aumentata di quasi 3 punti tra il 2000 e il 2012, l’incremento più elevato nella Ue (se si escludono i casi di Malta e Cipro). Il rigore nei conti pubblici è stato perseguito prevalentemente aumentando le tasse, lo diceva Padoan quando guidava gli economisti dell’Ocse.

Adesso si cambia rotta? Calma e gesso. Dal decretone dell’agosto 2011 al Salva Italia di Mario Monti nel dicembre dello stesso anno, per finire con Enrico Letta, buona parte delle risorse sono state estratte dalle buste paga, dalle pensioni e dai risparmi. Si tratta finora di 38 miliardi di entrate complessive, senza contare l’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento che verrà contabilizzato quest’anno. Dunque, arriviamo a 40 miliardi. Se fosse un gioco potremmo dire che il governo vince con il sonoro punteggio di quattro a uno. E chi perde? Un conto salato, forse il più salato, lo hanno pagato i pensionati, soprattutto quelli futuri con il prolungamento a 67 anni dell’età lavorativa e con il nuovo sistema di calcolo basato soltanto sui contributi effettivamente versati. Ma attenzione, subisce un bel salasso anche chi la pensione la riscuote già e non potrà usufruire dei tagli al cuneo fiscale. Il combinato disposto di fiscal drag (cioè mancato recupero dell’inflazione), blocco delle rivalutazioni e imposte locali, porta a una perdita di 16,6 miliardi secondo le stime della Cgil. Una bella cifra su un’Irpef totale di 101 miliardi.

E pensare che i pensionati italiani vengono tassati molto più dei loro coetanei nel resto d’Europa. La Confesercenti ha calcolato che con una pensione pari a 1,5 volte il minimo Inps, in Italia si versa allo Stato il 9 per cento, altrove nulla; con una pensione superiore a tre volte il minimo, il divario è ancora maggiore: 20 punti percentuali da noi; 9,5 in Spagna; 5,2 in Francia e addirittura 0,2 in Germania. Per il gioco delle detrazioni, inoltre, in Italia il pensionato paga una quota superiore rispetto al lavoratore dipendente attivo, esattamente il contrario di quel che avviene in ogni altro paese.

Una vera maledizione è piovuta con le imposte locali. Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, le ha prese di mira: secondo le sue stime, sono aumentate del 200 per cento dal 1997, un incremento in valori assoluti di 72 miliardi e 800 milioni quasi quanto le imposte dello Stato centrale cresciute di 94 miliardi e 800 milioni nello stesso periodo. La progressione più forte è avvenuta con la manovra Monti.

La Cisl ha condotto una indagine sui propri associati, lavoratori dipendenti e pensionati. Prendendo un reddito imponibile medio di 21.270 euro l’anno nel 2012, l’imposta netta è cresciuta del 2,76 per cento rispetto al 2011 e del 4,95 sul 2010, dunque più del costo della vita (è scattata, in altre parole, quella tassa occulta e automatica chiamata fiscal drag), ma il balzo è stato molto maggiore per le addizionali comunali e regionali: addirittura più 37 per cento in due anni.

Il governo Renzi non pone rimedio, anzi, tutto fa pensare che gli enti locali continueranno a rilanciare. «Il partito dei sindaci è la sua vera base, difficile che si metta contro» commenta Gianfranco Polillo, ex sottosegretario all’Economia nel governo Monti. La Tasi, del resto, sembra la fotocopia dell’Imu. Il decreto in Gazzetta ufficiale dal 6 marzo consente di portare l’aliquota base dal 2,5 al 3,3 per mille. Per i proprietari che possiedono seconde case affittate, negozi, uffici, capannoni, l’aliquota massima può salire fino all’11,4.

Rispunta, dunque, una patrimoniale sugli immobili che s’aggiunge alla patrimonialina, cioè l’imposta di bollo sugli strumenti finanziari: introdotta nel 2012 con l’1 per mille, è stata aumentata a 1,5 l’anno successivo e poi a 2. Con la Tobin tax e la ritenuta sui redditi da capitale salita dal 12,5 al 20 per cento (con l’eccezione dei titoli di Stato), il gettito stimato arriva a 17 miliardi. «Vale come l’Imu, ma nessuno ne parla» protesta Alberto Foà, della società di gestione AcomeA, che ne denuncia l’effetto perverso. Chi possiede 20 mila euro, nel 2013 pagava il minimo di 34,2. Nel 2014 con il 2 per mille ne verserà 40. E ai clienti degli intermediari che pagavano un massimo di 4.500 euro, verrà invece chiesto di pagare fino a 10 mila euro.

E non è finita, perché la tassazione delle rendite finanziarie torna per coprire il taglio dell’Irpef sui salari medio-bassi. Tra le ipotesi fatte a Palazzo Chigi c’è anche di portare l’aliquota unica sulle transazioni dal 20 attuale al 23 per cento, con il rischio di mangiarsi tutti i magri margini di guadagno sui titoli di Stato. Un boomerang terribile per il Tesoro e un’altra mazzata sui risparmiatori.

Le entrate da imposte indirette e da lavoro autonomo si sono ridotte lo scorso anno di 5,3 punti, «per effetto del ciclo economico» come spiega il ministero che il 6 marzo ha diffuso le cifre totali per il 2013, mentre dal lavoro dipendente privato è arrivata una contrazione dello 0,7 per cento. Con la crisi, dunque, nessuno è più garantito. Il governo Renzi ha fatto una scelta a favore dei ceti sociali che pendono a sinistra, eppure rischia di scontentare tutti, non solo la Confindustria, perché risorse esigue e attese eccessive, s’incrociano con le incertezze sull’economia. Il ministro Padoan ha ammesso che aveva ragione l’Unione europea e torto il suo predecessore Fabrizio Saccomanni: il prodotto lordo aumenta dello 0,6 e non dell’1 per cento, meta che resta lontana perché se tutto va bene la crescita avrà una spinta di appena due decimali. Tanto rumore per così poco, la cruna dell’ago è sempre più sottile.

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