Stipendi, così l'inflazione fa pagare più tasse agli italiani
Franco Silvi/Ansa
Stipendi, così l'inflazione fa pagare più tasse agli italiani
Economia

Stipendi, così l'inflazione fa pagare più tasse agli italiani

Si chiama fiscal drag ed è l'aumento del peso delle imposte causato dalla crescita dei salari. In cinque anni, secondo la Cisl, è costato più di mille euro a ogni busta paga.

Un po' più di soldi in busta paga ma anche più tasse da pagare. E' quanto accaduto negli ultimi 5 anni ai lavoratori e ai pensionati italiani che oggi, di fatto, sono assai “meno ricchi” rispetto al 2007, con una perdita complessiva del potere di acquisto di oltre mille euro. A rivelarlo è una recente indagine della Cisl, realizzata in collaborazione con l'Università di Firenze in base alle dichiarazioni dei redditi presentate ai patronati con il modello 730. La colpa di questo taglio nascosto agli stipendi è del fiscal drag (o drenaggio fiscale), un fenomeno che viene spesso analizzato dagli economisti e che deriva da un mix concomitante di fattori: l'inflazione, l'aumento delle retribuzioni lorde e la crescita delle tasse.

LE ALTE TASSE SUL LAVORO IN ITALIA

In pratica, ogni anno i lavoratori e i pensionati guadagnano mediamente un po' di più, in valore assoluto, per effetto degli scatti automatici della retribuzione, che viene adeguata del tutto o in parte all'aumento dei prezzi. Peccato che, sul fronte opposto, tutti questi maggiori introiti vengano erosi dall'irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche) che è una tassa progressiva con aliquote crescenti: man mano che aumenta il reddito imponibile, cresce anche in percentuale l'incidenza dell'imposta. Come se non bastasse, il peso complessivo dell'irpef è salito negli ultimi anni anche per effetto delle addizionali comunali e regionali, cioè le quote di imposta incassate direttamente dagli enti locali, che hanno subito un notevole incremento dopo essere rimaste bloccate per un po'.

Ecco un esempio concreto di quello che, secondo la Cisl, è avvenuto negli ultimi 3 anni a un reddito medio di 21.728 euro lordi. Rispetto al 2010, un contribuente con una retribuzione di questo importo ha beneficiato tra il 2010 e il  2012 di un aumento del 2,5%, una percentuale già di per sé inferiore rispetto all'inflazione registrata nello stesso periodo, che è stata nel complesso del 5,7%. Contemporaneamente, l'irpef netta applicata in media su un reddito di tale ammontare è cresciuta in 3 anni di quasi il 5%, toccando i 3.817 euro. A questo mini-salasso, si è aggiunta poi la stangata delle addizionali comunali e regionali, che hanno subito un rialzo del 31%, toccando i 408 euro (sempre nel caso di un reddito di 21.728 euro). Risultato: al netto delle tasse, il contribuente medio analizzato dalla Cisl oggi dispone di un reddito attorno a 17.500 euro, leggermente più alto in valore assoluto rispetto a quello del 2010, per una quota dell'1,5%. Peccato, però, che nello stesso periodo l'inflazione (benché contenuta) abbia eroso di quasi il 6% il potere di acquisto dei salari, portando il bilancio per i lavoratori in negativo. Una somma di 17.500 euro incassata oggi o nel 2012, infatti, vale ovviamente meno rispetto alla stessa cifra percepita due o tre anni fa, proprio per effetto dell'inflazione.

Se si analizzano i dati sul quinquennio, secondo la Cisl gli stipendi hanno perso  quasi il 6% del proprio valore a causa del fiscal drag, per un importo complessivo medio di 1.040 euro. Non tutti i contribuenti, però, hanno subito la stessa sorte. Il danno maggiore lo ha avuto chi incassa tra 30 e 40mila euro lordi ogni 12 mesi, che ha visto i propri redditi svalutarsi tra il 6 e quasi l'8%. Si sono salvati, invece, i contribuenti più ricchi che guadagnano oltre 55mila euro lordi annui e, per fortuna, anche quelli più poveri che hanno un reddito inferiore a 8mila euro all'anno.

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