Start-up, ecco perché l’internet delle cose è una grande opportunità
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Start-up, ecco perché l’internet delle cose è una grande opportunità
Economia

Start-up, ecco perché l’internet delle cose è una grande opportunità

La tecnologia è ancora agli inizi, ma l'attenzione sta salendo alle stelle e, soprattutto, gli investitori ci credono

I termini sono tutti inglesi: start-up, internet of things, home automation. Ma per una volta la notizia ha come protagonista l’Italia: Nice, società trevigiana che si occupa di sviluppare tecnologie per rendere la casa intelligente, collaborerà con Digital Magics, robusto incubatore nostrano fondato da pionieri della rete tricolore, per sviluppare iniziative comuni nel terreno fertile dell’internet delle cose.

Il sodalizio è su base triennale e mira, insistendo con gli anglismi, a fare scouting: a cercare e trovare start-up interessanti, fresche, originali, con idee innovative e il giusto potenziale, per aiutarle a crescere. L’attenzione sarà focalizzata soprattutto negli ambiti della domotica: sistemi di telecontrollo, riscaldamento, illuminazione e antintrusione, senza escludere però eventuali variazioni sul tema.

L’annuncio in sé, appena diffuso, è importante perché testimonia che anche nel nostro Paese c’è consapevolezza del grandissimo fermento e interesse già norma all’estero, a partire dagli Stati Uniti, verso il grande boom degli oggetti connessi. La prossima frontiera della tecnologia che, secondo gli analisti di Gartner, porterà il loro numero fino a 30 miliardi di unità (contro i 2,5 miliardi del 2009), generando un giro d’affari da 1,9 triliardi di dollari.

In passato, in verità, gli investitori nostrani hanno già promosso iniziative legate a questo ambito: sensori di ogni forma e uso, applicativi medici con un accesso preferenziale al web e affini, ma questa joint venture mira con chiarezza, dal momento della sua nascita, verso questa direzione. Senza dimenticare che esistono sul territorio start-up già in fase avanzata come i’m S.p.A., che prima con il suo smartwatch, pioniere assoluto a livello mondiale di orologio intelligente, ora con l’i’m Tracer, localizzatore Gps, si inserisce in modo ideale in questo filone.  

Insomma, l’Italia ha la benzina nel serbatoio per prendere parte alla nuova corsa all’oro della tecnologia, dove i traguardi sono ancora tutti da definire e l’intuizione giusta può valere milioni. Un quadro in cui una start-up, con la sua leggerezza e snellezza, trova maggiori possibilità di manovra rispetto a colossi che sono focalizzati su un business definito. È abbastanza noto: smartphone e tablet saranno i telecomandi di questa rivoluzione, le chiavi d’accesso per pilotare gli oggetti connessi. Oggetti che si prestano a essere declinati in tantissimi modi: dal termostato intelligente (è il caso di Nest, comprato da Google per 3,2 miliardi di dollari) alle contaminazioni del mondo Apple e quello dell’auto. 

Fin qui, sensazioni: abbastanza ovvie eppur fondate. Gli analisti stessi hanno provato a suffragarle con alcuni numeri: Gartner sostiene che il 50 per cento del potenziale dell’internet delle cose sarà colto dalle start-up. Una fetta enorme, considerato che finora, molto spesso, devono farsi bastare le briciole della torta. E i settori interessati da questa digitalizzazione, da questo ingresso di nuovi oggetti nel recinto della rete, riguarderà in primo luogo gli argini ampi della salute e del benessere (il peso sul totale potrebbe essere del 15 per cento). Facile crederci, visto che all’ultima edizione del Ces di Las Vegas, la fiera dell’elettronica di consumo più importante al mondo, era tutto un fiorire di spazzolini smart, caschi per abbattere lo stress, calzini per tenere sotto controllo le performance fisiche e così via.

Il momento giusto per provare a sviluppare la propria intuizione – o cercarne una – è dunque questo. L’industria sembra essersi messa d’accordo sugli standard, sembra aver capito che non è il caso di arroccarsi dentro sistemi di comunicazione proprietari e che gli oggetti devono parlare la lingua comune del Wi-Fi, del Bluetooth o del 3G e sue evoluzioni. Il lessico esiste già: non occorre inventarlo, basta piegarlo a proprio uso e consumo.

I produttori dei dispositivi mobili, i telecomandi di cui sopra, sono inoltre un po’ in affanno, faticano a tirar fuori strepitose novità dal cilindro. Quindi sono ben favorevoli a siglare partnership o fare un sol boccone, ma a suon di quattrini, di chi si affaccia sulla scena con una buona idea. Infine, elemento altrettanto cruciale, gli investitori, coloro che mettono a disposizione i capitali per foraggiare quelle idee, considerano l’internet delle cose non più come una bestia sconosciuta, un animale selvaggio da cui tenersi alla larga o da avvicinare con prudenza. Hanno capito che sarà la prossima gallina dalle uova d’oro. Non approfittare di una congiuntura tanto favorevole, o almeno non provarci, sarebbe davvero un peccato.

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