Sorpresa, il carbone vale più del solare (ma nel Sulcis no)
Sorpresa, il carbone vale più del solare (ma nel Sulcis no)
Economia

Sorpresa, il carbone vale più del solare (ma nel Sulcis no)

In Italia produce il 12 per cento dell’energia totale. Però quello della miniera sarda inquina e costa troppo. E così lo si compra in America e in Australia

Altro che pannelli solari, l’Italia va anche di più a carbone. Le rinnovabili (idroelettrico escluso) a fine 2011 hanno contribuito per l’8,7 per cento al totale dell’energia elettrica prodotta nel nostro Paese, mentre il carbone ha inciso per il 12. Un dato sorprendente per la maggioranza degli italiani, che non immagina quanto questa fonte energetica sia ancora importante, ma certo non per i minatori sardi della Carbosulcis, ultima miniera di carbone sul territorio italico, situata a Nuraxi Figus, nella provincia di Carbonia-Iglesias. Dopo otto giorni a 373 metri sotto il livello del mare sono risaliti, ma certo non finisce così la protesta per impedire la chiusura dell’impianto che produce 700 mila tonnellate l’anno di carbone destinate in toto alla centrale Enel a un paio di chilometri di distanza.

Poca cosa, quelle 700 mila tonnellate, visto che le 13 centrali a carbone dislocate in Italia ne consumano oltre 17 milioni di tonnellate l’anno. Senza contare gli altri 7 milioni di tonnellate per gli impianti metallurgici. A conti fatti, dunque, oltre il 90 per cento dell’approvvigionamento è garantito da fonti estere. «Il fatturato di settore a fine 2011 è stato di 6 miliardi con 90 aziende coinvolte e 9 mila addetti» dice a PanoramaAndrea Clavarino, presidente dell’Assocarboni, che difende a spada tratta il comparto persino dall’accusa principale: l’alto tasso di inquinamento. «Le emissioni oscillano tra i 780 e i 910 grammi di anidride carbonica per chilowattora contro i 510-670 grammi di CO2 prodotti dal gas».

L’Italia acquista carbone in mezzo mondo, dall’America all’Australia, anche per miscelarlo con quello sardo, perché dal Sulcis esce un materiale che contiene troppo zolfo, 10 volte la media, e dunque va trattato con tecnologie specifiche e più costose.

Per di più i conti delle miniere non tornano. «Perdono tra i 25 e i 30 milioni di euro l’anno» calcola Alessandra Zedda, assessore all’Industria della Regione Sardegna, che controlla al 100 per cento l’impianto. «L’unica via è la privatizzazione». Ma è indispensabile la riconversione in chiave «verde», che potrebbe così raccogliere aiuti pubblici. L’idea non è nuova: il primo decreto a firma del presidente della Repubblica risale al gennaio 1994. Ai tempi si parlava di un impianto di cogenerazione basato sulla gassificazione dei fluidi caldi da affiancare alle miniere.

Oggi c’è in ballo una centrale elettrica da 450 megawatt con annesso un sistema per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica. «È il progetto “carbone pulito” che permetterebbe di riconvertire l’intera area del Sulcis, oggi tra le più povere d’Italia, con un tasso di disoccupazione del 27 per cento, garantendo a regime 1.500 posti di lavoro» prosegue Zedda. Ma il costo dell’operazione è notevole: 1,5-1,7 miliardi di euro in otto anni. E peserebbe per intero sulle bollette degli italiani. Per Clavarino 200 milioni l’anno per un progetto all’avanguardia non sono molti, soprattutto se confrontati con i 9 miliardi che gli italiani pagano ogni anno per incentivare le energie rinnovabili. Ma la partita resta aperta.

Entro fine ottobre si conosceranno le decisioni del governo. Sempre che l’Unione Europea non fermi tutto per aiuti di stato incompatibili con le regole Ue. Intanto dall’Enel confermano che i negoziati per il rinnovo del contratto di fornitura con le miniere altrimenti in scadenza al 31 dicembre 2012 sono in corso. Comunque vada non si chiude, insomma. Almeno per ora.  

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