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Economia

Salario minimo, è giusto introdurlo anche in Italia?

Un' esternazione del presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riportato l’attenzione sulla necessità di istituire una paga-base garantita per legge

“Ci vuole un salario minimo orario legale che valga per tutti”. Parola del presidente dell’Inps, Tito Boeri, che nei giorni scorsi ha riaperto un dibattito ormai accantonato dalla politica.

Nel Jobs Act, l'ultima riforma del lavoro del governo Renzi c’è una disposizione che prevede  di istituire il salario minimo (la somma ipotizzata è di 6-7 euro l'ora). La norma doveva però essere attuata attraverso una legge-delega (e un successivo decreto  di attuazione) che è stata però accantonata a data da destinarsi ed è finita poi nel dimenticatoio.

Confronto con l'Europa

Ora Boeri ha deciso di rispolverare  la questione, non risparmiando qualche stilettata ai sindacati, colpevoli di infischiarsene del salario minimo e di pensare soprattutto a tutelare pensionati e i lavoratori più anziani. E invece, secondo il presidente dell’Inps, è assurdo che  non esista una paga-base garantita  per legge ai lavoratori, qualunque mestiere facciano, anche il più umile. Se così fosse, secondo Boeri, si si eviterebbero tante forme di sfruttamento del lavoro.


Non a caso, proprio per contrastare lo  sfruttamento del lavoro, il salario minimo esiste nella maggior parte dei paesi Europei. In Francia, Olanda e Belgio si aggira sui 9 euro circa all'ora. In Germania, invece, la paga base è stata adottata soltanto negli ultimi anni ed è fissata sopra gli 8,5 euro l'ora.

Il peso dei contratti collettivi

Perché in Italia non si può aprovare una legge simile? La ragione è che nel nostro Paese il compito di fissare i compensi per i dipendenti spetta da sempre ai contratti collettivi nazionali, firmati periodicamente dalle imprese e dai sindacati in ogni singolo settore. Anche in altre nazioni dove la contrattazione collettiva ha una grande tradizione (per esempio in Austria, in Danimarca e Svezia) non esiste una paga-base garantita per legge.


Pure Cgil, Cisl e Uil hanno mostrato negli anni scorsi una certa contrarietà al salario minimo poiché indebolirebbe notevolmente il ruolo della contrattazione collettiva in Italia. Se la paga-base viene stabilita dalla legge (a un livello inevitabilmente inferiore al salario minimo stabilito da molti accordi collettivi di categoria), c'è infatti il rischio che alcune aziende cerchino di liberarsi dei vincoli del contratto nazionale, per poi pagare meno i propri dipendenti senza però violare la legge.


Per ragioni diverse, anche alcuni economisti e imprenditori sono contrari al salario minimo perché, se fissato su livelli troppo alti o inadeguati, potrebbe portare a delle rigidità del costo del lavoro che impedirebbero poi alle aziende di avere delle politiche retributive flessibili. Comunque la si pensi, una cosa resta certa: mentre molti paesi europei hanno il salario minimo, in Italia non se ne vede neppure l’ombra.


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