Russia e Stati Uniti, i limiti di una guerra finanziaria
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Russia e Stati Uniti, i limiti di una guerra finanziaria
Economia

Russia e Stati Uniti, i limiti di una guerra finanziaria

I tre motivi per cui la tensione Usa-Urss non può essere combattuta su finanza e debito

"Se gli Usa osano introdurre sanzioni contro la Russia, non potremmo più tenerli come partner affidabile e daremmo la raccomandazione di vendere le obbligazioni statali americane, pari ad oltre 200 miliardi di dollari, e i dollari come valuta, nonché di lasciare il mercato Usa": con queste parole il consigliere economico del Cremlino Serghiei Glaziev ha confermato al mondo che, nel Terzo Millennio, un'eventuale Guerra Fredda 2.0 finirebbe inevitabilmente col coinvolgere anche il mondo della finanza.

Nel 2013 il 46% della valuta straniera detenuta da Mosca era in dollari, e una vendita rapida e massiccia di valuta e obbligazioni potrebbe creare qualche problema a Washington. Eppure, in un clima di tensione che non accenna a rientrare, Glaziev è stato immediatamente zittito dai suoi superiori. Che hanno deciso di precisare alla stampa nazionale che "quelle dichiarazioni non riflettono la posizione del Cremlino e rappresentano la sua [di Glaziev, ndr.] opinione personale". 

Vladimir Putin sa benissimo di avere la forza (finanziaria) sufficiente per creare qualche grattacapo a Barack Obama, ma sa anche che giocare la carta finanziaria potrebbe essere troppo pericoloso. Per almeno tre motivi.

Anzitutto, così come la Russia può far traballare (poco) gli Stati Uniti vendendo le obbligazioni di cui dispone, i secondi possono mettere in serie difficoltà i primi con le sanzioni che hanno già confermato in più occasioni di voler imporre. Tutto questo perché una eventuale interruzione dei rapporti di Mosca con l'estero potrebbe avere effetti devastanti sia sul rublo che sull'economia russa, costringendo quest'ultima ad accettare nuove svalutazioni per rimanere a galla. 

In secondo luogo, è più probabile che nel tentativo di rispondere a tono alla minaccia del Segretario di Stato americano John Kerry, che proprio in questi giorni si trova a Kiev per assicurare alla popolazione locale il sostegno degli Stati Uniti alla loro causa, di approvare un cospicuo pacchetto di aiuti economici per aiutare il nuovo governo ucraino. Prendendo in prestito la retorica cinese sul debito Usa, Putin ha minacciato Obama nonostante la vendita dei 130 miliardi di cui realmente dispone potrebbe essere riassorbita a Wall Street in tempi relativamente rapidi e senza eccessivi scossoni. Ed è forse proprio per questo che l'America ha deciso di rilanciare con sanzioni ancora più pesanti. Perché sa che con una mossa di questo tipo la Russia farebbe male più a se stessa che agli Stati Uniti. Diverso il caso di Cina e Giappone, essenzialmente perché, complessivamente, controllano 2500 miliardi di debito Usa. Una cifra molto più pericolosa dei 130 miliardi "russi".

Infine, resta il nodo dell'Ucraina. Putin ha creato il problema Crimea soprattutto per impedire il concretizzarsi di quello che considera un pericoloso riavvicinamento tra Ucraina ed Europa. Ora, però, per colpa di Kerry, delle sue dichiarazioni di solidarietà e elle sue promesse di aiuti per un miliardo di dollari, si ritrova con un nemico in più nel suo cortile di casa. Una minaccia finanziaria portata avanti con troppa intransigenza da un interlocutore che, in fin dei conti, da questo punto di vista è relativamente debole, può essere solo controproducente. Ed è per questo che Washington l'ha considerata un bluff.

Per oggi è stata organizzata una riunione straordinaria del Consiglio Nato-Russia cui Mosca ha saggiamente scelto di partecipare. Resta da vedere se basterà un incontro faccia a faccia per far rientrare almeno in parte la tensione. 

 
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