Renzi, Merkel e il rapporto deficit/pil da cambiare
Ufficio Stampa Palazzo Chigi/Ansa
Renzi, Merkel e il rapporto deficit/pil da cambiare
Economia

Renzi, Merkel e il rapporto deficit/pil da cambiare

Perché è importante alzare oltre il 3% il disavanzo italiano

“Non sforeremo il tetto del 3% nel rapporto deficit/pil”. E' la rassicurazione giunta sabato dal premier Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il presidente francese Francois Hollande. La frase pronunciata da Renzi rappresenta senza dubbio un biglietto da visita in vista del primo, vero banco di prova del presidente del consiglio in campo internazionale: il vertice in programma oggi a Berlino, con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

IL GOVERNO RENZI E GLI AUMENTI IN BUSTA PAGA

Il premier italiano si presenta dunque in Germania con una promessa: non sono venuto qui a pretendere che chiudiate un occhio sulle rigide regole di bilancio imposte dall'Unione Europea, regole che hanno nella cancelliera tedesca una convinta sostenitrice. Più semplicemente, Renzi illustrerà il proprio programma di riforme, basato su tagli alle tasse capaci di far crescere di un po' i salari e, si spera, anche di far ripartire i consumi e la domanda interna. Nello stesso tempo, però, il presidente del consiglio metterà sul piatto l'ipotesi che il deficit italiano, previsto nel 2014 al 2,6%, venga rivisto un po'  verso l'alto, per avvicinarsi appunto alla soglia dei tre punti percentuali, senza tuttavia sforarla. Il rigore nei conti pubblici , insomma, non verrà abbandonato del tutto ma verrà comunque ammorbidito, nei limiti del possibile. Basteranno questi criteri più blandi a far sì che l'Italia imbocchi la strada di una ripresa sostenuta?

LO "STUPIDO" PATTO

E' proprio attorno a quest'ultimo interrogativo, che ruota oggi la partita europea di Renzi. Il tetto del 3% al deficit, stabilito con il Trattato di Maasticht del 1992 e rafforzato con il Patto di Stabilità e Crescita del 1997, è considerato ormai da più parti un vincolo troppo stringente, perché obbliga i governi a mettere in atto politiche di austerity che strozzano l'economia. Lo stesso ex-premier Romano Prodi, il cui governo traghettò l'Italia nell'Euro quasi 17 anni fa, ha definito più volte “stupidi” i parametri di Maasticht. Le attuali regole di bilancio dell'Eurozona furono infatti sottoscritte in un mondo completamente diverso da quello di oggi, con un'economia in crescita e un'inflazione che, in alcuni paesi come l'Italia, superava ancora il 4-5% e aveva bisogno di essere tenuta a bada. Oggi, invece, alcuni paesi del Vecchio Continente faticano a uscire dalla recessione e l'aumento del costo della vita non è più un problema. Anzi, in molte aree dell'Eurozona si rischia addirittura la deflazione, cioè una discesa generalizzata dei prezzi che avrebbe effetti deleteri sull'economia.

Per questo, sembra assurdo tenere ancora fede a dei vincoli di bilancio elaborati oltre un ventennio fa, che impediscono di attuare politiche anticicliche capaci di innescare la ripresa economica. Per ripartire davvero, infatti, l'economia italiana ha bisogno di soldi: almeno 10 miliardi per ridurre l'irpef come vorrebbe Renzi, altri 3,5 miliardi per mettere in cantiere il piano per l'edilizia scolastica e ben 68 miliardi per rimborsare i debiti della pubblica amministrazione (seppur attraverso il veicolo della Cassa Depositi e Prestiti). Senza dimenticare, poi, i 2,3 miliardi necessari a tagliare l'irap e un'altra “paccata” di soldi promessi dal premier per estendere i sussidi alla disoccupazione anche i lavoratori precari.

E' difficile, però, attuare questi programmi rispettando alla lettera tutti i parametri di Maastricht, visto che l'Italia, dopo due anni di austerity, ha già tirato la cinghia anche troppo: la pressione fiscale nel nostro paese, infatti, è ampiamente sopra il 43% del pil mentre l'avanzo primario, cioè il saldo dei conti pubblici calcolato senza tenere conto degli interessi passivi sul debito, nel 2013 si è attestato al 2,2% del prodotto interno lordo. A portare il nostro paese in deficit è infatti proprio l'elevata spesa per interessi che lo scorso anno, nonostante lo spread in forte discesa, è stata pari a oltre il 5% del pil.

AUSTERITY SOTTO ACCUSA

Per far scendere il rapporto tra il deficit e il prodotto interno lordo, insomma, non si deve agire sul numeratore ma sul denominatore. In altre parole, bisogna far crescere il pil e magari tenere sotto controllo anche il disavanzo, senza però fissarsi troppo con quel paletto del 3% che impedisce di abbassare le tasse e fare investimenti. Anche perché, vale la pena ricordarlo, non tutti i deficit sono uguali. Una cosa è il deficit generato dalla spesa corrente, dagli sprechi e dagli acquisti allegri della pubblica amministrazione. Un'altra cosa è invece il deficit che genera crescita, con il taglio delle tasse, i programmi per rimettere a posto le scuole o i piani di formazione e inserimento professionale a favore dei disoccupati. Un paese, insomma, può spendere anche in maniera virtuosa, per investire sul proprio futuro. Non a caso, una nazione come la Spagna, che ha imboccato più velocemente di noi la strada della ripresa, ha chiuso il 2013 con i conti in rosso per quasi il 6% del pil e non li migliorerà neppure nel 2014. Non va dimenticato, però, che il debito pubblico di Madrid è inferiore al 100% del prodotto interno lordo, contro il 133% italiano. E' questo, purtroppo, il dato che continua a pesare di più sulla capacità del governo di Roma nello strappare concessioni ai partner europei, a cominciare cancelliera tedesca Merkel.

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