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Economia

Ecco come sarà il 2015 dell'economia

Cinque previsioni per l'anno nuovo, in un mondo sospeso fra la liquidità esistente, il rischio di nuovi squilibri e il pericolo di una stagnazione secolare nell’eurozona

Il 2014 è stato un anno significativo per l’economia internazionale. Se mai taluni avessero avuto dei dubbi a riguardo, si è affermata la totale dipendenza degli attori economici dalle decisioni di politica monetaria da parte delle maggiori banche centrali mondiali.

E se negli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare la liquidità pompata nel sistema dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime, nell’area euro si sta pensando di fare il contrario per contrastare lo spauracchio della stagnazione.

Il mondo vive sospeso fra la liquidità esistente, mai così elevata, il rischio di nuovi squilibri e il pericolo di una stagnazione secolare nell’eurozona.

Ecco gli scenari possibili per il 2015:

Lowflation

È questo la paura più grande per l’eurozona. Come ha spiegato il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, già nello scorso giugno, quando lancio le maxi operazioni di rifinanziamento a lungo termine che accompagneranno l’area euro fino al 2016, il Vecchio continente vivrà un prolungato periodo di bassa inflazione. Questo si traduce nella realtà per una sofferenza senza fine per le imprese. Se un’attività commerciale non vende perché non c’è domanda, è costretta ad abbassare i prezzi, in modo da rendersi più attraente.

Ma allo stesso tempo, data la mancanza di domanda, deve ridurre il proprio organico. E chi ha perso il lavoro, avrà meno capacità di spesa, quindi consumerà di meno. In pratica, un circolo vizioso e di difficile uscita, in quanto agisce sui comportamenti dei consumatori e sulle loro aspettative. Le prospettive sono negative. Calano i consumi, si contrae la domanda di credito e la Bce, da sola, può solo continuare a mettere a disposizione liquidità. L’unico spin positivo può arrivare dall’adozione delle riforme strutturali promesse dagli Stati membri, Francia e Italia su tutti. Tuttavia, osservando come si sta evolvendo la discussione intorno a questo tema, l’impressione è che il 2015 sarà l’ennesimo anno perduto. 

Quantitative easing (Qe)

L’acronimo più discusso degli ultimi anni nell’universo macroeconomico è pronto a sbarcare anche nell’eurozona. Da un lato la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha iniziato e portato a regime la propria exit strategy, iniziando a drenare la liquidità erogata al settore privato negli ultimi anni tramite l’acquisto di titoli di Stato e titoli corporate. Dall’altro, invece, la Bce ha cominciato dall’acquisto di titoli cartolarizzati facenti parte del settore privato e, se nemmeno questo stratagemma fosse utile a incrementare il tasso d’inflazione, si è detta pronta a fare di più.

Quel di più sono proprio i titoli di Stato, acquistati sul mercato secondario (quindi non alle aste primarie delle singole tesorerie nazionali) in quantità definite dalla quota di partecipazione degli Stati membri al capitale della Bce. Vale a dire che, se Qe deve essere, la Bce comprerà prevalentemente bond governativi di Germania, Francia e Italia.

Secondo Goldman Sachs, gli operatori devono attendersi il lancio del Qe entro i primi sei mesi del 2015. E in media, il consensus dei mercati finanziari la vede nello stesso modo. Ma anche nel caso venissero comprati titoli di Stato, oltre a quelli corporate, come risolvere i problemi di rottura del meccanismo di trasmissione della politica monetaria? Le distorsioni sono troppo forti e la domanda di credito, specie nell’area euro, troppo debole per far invertire la rotta tramite l’ultimo bazooka rimasto a Draghi. 

Petrolio e commodity

L’Opec ha deciso di non tagliare la produzione di Brent e Wti, ma questo poco cambia. Il prezzo del barile di Brent è destinato a restare sotto quota 100 dollari fino alla fine del 2018, secondo le stime di Goldman Sachs e Nomura. Pesano, su un versante, il continuo ricorso delle economie avanzate (e quelle emergenti stanno seguendo lo stesso trend) a diverse fonti di energia. Dall’altro, le tensioni geopolitiche che continuano. Difficile pensare che la rotta possa invertirsi nel breve termine. Stesso discorso per la regina delle commodity, l’oro.

Sono finiti i tempi in cui il metallo giallo era prossimo ai 2.000 dollari l’oncia. Troppa liquidità esistente, troppa sicurezza sui mercati obbligazionari, troppo più remunerativo il comparto azionario statunitense. La conseguenza è che l’oro resterà intorno ai 1.000/1.200 dollari ancora per tutto il 2015, secondo la maggior parte degli investitori. Come ha ricordato HSBC “potrà anche essere un minimo di volatilità, ma il rally sull’oro è finito da un pezzo”.

Unione europea a più velocità

Sono almeno tre le velocità a cui viaggia l’Europa. Chi non adotta l’euro, ha un ritmo di crescita ancora sostenuto, come la Polonia. Chi lo adotta si divide fra cuore e periferia. Quindi Germania, Austria, Paesi bassi e Lussemburgo da una parte. Tutto il resto dall’altra. Ma data l’interdipendenza fra le economie continentali, la debolezza dei periferici sta affossando anche il centro. Ne è la prova il rallentamento della Germania, che sta subendo l’impatto sia della deflazione nell’area euro sia delle sanzioni economiche contro la Russia, comminate nei mesi scorsi.

E non bisogna pensare che il piano di investimenti promosso dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker sia la panacea per tutti i mali dell’eurozona. Dei poco più di 300 miliardi di euro messi a disposizione, solo pochi sono effettivi. Tutto il resto sarà a leva finanziaria e, in ogni caso, ogni progetto sarà sottoposto a una stretta verifica di sostenibilità a lungo termine. Traduzione: anche per il 2015 la segmentazione della zona euro continuerà. E la stagnazione potrebbe diventare la nuova normalità per l’Europa.

Alla ricerca dei rendimenti perduti

L’ultimo leit motivo sarà quello dei rendimenti. La politica di tassi d’interesse prossimo allo zero, adottata dalle maggiori banche centrali mondiali, ha creato una distorsione significativa sul mercato obbligazionario. L’evidenza è nell’area euro, in cui i rendimenti dei bond governativi si sono livellati al ribasso. Il Bund tedesco con scadenza a dieci anni è sotto quota 0,70%, mentre i corrispettivi italiani di pari entità sono intorno ai due punti percentuali. Ciò significa che la fame di rendimento degli investitori, così come l’enorme mole di liquidità esistente, deve essere dirottata su altre classi di asset, più remunerative.

Escluso il comparto azionario statunitense, già ai massimi, ed escluso quello europeo, l’unica è virare dove il rischio (e quindi il premio annesso) è più elevato.

Vale a dire, i subordinati bancari e i titoli strutturati, in genere adottati da chi preferisce una strategia d’investimento più aggressiva. Il problema, come ha sottolineato di recente il Fondo monetario internazionale (Fmi) nel suo Global financial stability report (Gfsr), è che più rischio si traduce anche in più instabilità sistemica. Un concetto che negli Stati Uniti si ricordano molto bene. Era il 2006 quando iniziò a vacillare il mercato immobiliare, dopo anni di squilibri. Un anno dopo, il mondo scoprì cos’erano i mutui subprime e in che modo erano stati utilizzati per generare rendimenti elevati. Passano gli anni, non i rischi.

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