Pirelli, Rcs e i "salotti buoni" che cambiano
Pirelli, Rcs e i "salotti buoni" che cambiano
Economia

Pirelli, Rcs e i "salotti buoni" che cambiano

Il significato e le conseguenze sul capitalismo italiano della caduta e del rinnovo dei patti di sindacato di grandi gruppi italiani

Diceva ironicamente l'avvocato Agnelli: “Sotto il 51%, sono tutte azioni di risparmio”. Cioè pensava che gli azionisti di minoranza non contano niente. Aveva sostanzialmente ragione: anche a volersi riferire alla tanto mirabolata finanza anglosassone, dove i “piccoli azionisti” non esistono da decenni, e al loro posto militano gli strapotenti fondi d'investimento che sono poteri forti e non tremano certo di fronte al tycoon di turno.

Agnelli non credeva ai patti di sindacato. Già: proprio lui, che con la sua Fiat ne aveva sottoscritti tanti, che controllava la stessa Fiat con poco più del 30% ma con una piramide di finanziarie ai piani alti per non diluirsi sotto il 51%... era convinto che la proprietà vera di una società quotata si tutelasse sul serio soltanto quando si aveva la “matematica” dalla propria parte. Ed evidentemente utilizzava – col proverbiale cinismo che lo contraddistingueva – i patti di sindacato soltanto come un espediente di opportunità per ottenere, finchè possibile, massimi risultati con minimi sforzi.

È di questi giorni la notiza di un rinnovo del patto di Pirelli. E di qualche giorno fa quella dello scioglimento anticipato del patto di sindacato in Rcs. Che succede?

Diego Della Valle ha attaccato da tempo, e ad alzo zero, i patti di sindacato in cui il salotto buono non l'ha mai ammesso. Nessuno, salvo lui stesso, può sapere se li ha attaccati perchè non l'hanno accolto o se ne sarebbe rimasto fuori attaccandoli ugualmente anche se l'avessero invitato a farne parte. Sta di fatto che da quando ha cominciato – ahilui, viste le perdite accusate in Rcs – le sue scorribande nella cosiddetta alta finanza - Comit, Medobanca, Generali, Rcs - e al netto del suo benemerito ruolo di provocatore-rottamatore che bisogna onestamente riconoscergli, i patti di sindacato si sono praticamente o dissolti o ridotti a lumicino.

Un bene o un male? Come chiedersi se sia un bene o un male la processione degli equinozi. È un fatto. Che però non va assolutamente confuso con un'evoluzione “ontologica” - e precisamente di segno virtuoso – della finanza “pubblica”, checchè predichino periodicamente gli aedi della materia. Con buona pace di un supermanager come Vittorio Colao – l'italiano a capo di Vodafone, che oltretutto illustra le competenze dirigenziali degli italiani nel mondo – non è affatto vero quel che proprio oggi ha detto e cioè che le società “a capitale diffuso", dove "non esistono gruppi di controllo o azionisti di rilievo, la governance è inglese, le azioni si contano e non si pesano, tutti gli azionisti sono uguali e nessuno siede in cda" siano il "modello che tutela meglio tutti gli azionisti a prescindere dell'investimento e dagli orizzonti temporali".

Non è vero perchè lo smentiscono centinaia di fatti incontrovertibili. I disastri della finanza tossica commessi dalle banche d'affari e dagli hedge fund angloamericani sono stati firmati da top-manager che non avevano soci di riferimento ma rispondevano, si fa per dire, all'azionariato diffuso delle loro public companies. Le mitiche banche inglesi – My God, what a british governance! - per stare in piedi hanno avuto bisogno di 114 miliardi di euro di aiuti statali in conto capitale e altri 1000 di garanzia, contro i rispettivamente 8 (compreso Montepaschi) e 119 della vituperata Italietta (dati R&S Mediobanca). Con buona pace della loro proprietà diffusa e del loro management autonomo, hanno fatto tante di quelle porcherie e tanti di quegli errori, che metà sarebbe bastata.

In nome dei patti di sindacato sono state fatte le peggiori nefandezze, ma sono anche state salvate imprese che meritavano di esserlo. Un patto di sindacato "discutibile" ha sicuramente spinto la Rcs - così cara (carissima!) a Della Valle - in fondo alla crisi; ma un patto di sindacato “virtuoso” servì a salvare l'autonomia del Nuovo banco ambrosiano dalle mire espansionistiche di Mediobanca nell'89, quando l'annessione dell'istituto di Bazoli al gruppo di potere costruito da Cuccia tra la sua banca e la Comit avrebbe rappresentato la nascita di un blocco imbattibile di potere finanziario in Italia...

Peraltro, se è vero che i patti di sindacato sono come delle “protesi” con cui le proprietà storiche difendono la loro “presa” sulle aziende dalla inevitabile diluizione comportata dalla crescita delle aziende stesse, si sappia che dietro gli ultimi grandi successi imprenditoriali anglosassoni, tutti tecnologici (da Microsoft a Google a Facebook) c'è stata sempre l'iniziativa, e la proprietà, di un imprenditore che ha saputo coagulare attorno a sé i consenso del mercato. Si dirà: un consenso sempre soggetto a revisione! Ma tale può essere anche quello dei patti di sindacato o dei “nuclei stabili”, come li si chiama quando non son o formalizzati: infatti, anche alle Generali - alla fine – la vecchia e bolsa gestione espressa dal socio di riferimento Mediobanca è stata superata dai fatti, per un accordo tacito – non “sindacale” ma tipologicamente analogo, tra tutti i soci stabili della compagnia.

E non basta: in questi stessi anni grandi Paesi come l'Olanda, dalla lunga tradizione giuridica e finanziaria, hanno addirittura inserito nell'ordinamento clausole difensive – come quella del voto doppio o plurimo per le azioni detenute dai soci stabili – che valgono contro le scalata borsistiche e la finanza speculativa ben più di un patto di sindacato (e i soliti Agnelli se ne avvalgono con la Fiat Industrial quotata appunto alla Borsa olandese).

E dunque? Dunque, quel che sta semplicemente accadendo sono due fenomeni naturali e concomitanti, che accelerano la crisi del vecchio modello di patto di sindacato ma non per inesistenti ragioni “etiche” o di “civiltà giuridica” . I due fenomeni sono innanzitutto un cambio generazionale che fa giustizia dei vecchi “tycoon” protagonisti dei vecchi accordi e spesso legati da amicizie personali e vecchie complicità che cementano le relazioni più di un mastice; e poi una crisi economica infinita che sta suggerendo ai più di tenersi ben strette le proprie risorse finanziarie senza continuare a sperperarle a destra e a sinistra in investimenti “di sistema”. Tutto qui. Fino alle prossime vacche grasse, quando il denaro tornerà a scorrere e quindi sarà di nuovo “fico” investire nei gruppi editoriali, o in quello che di essi sarà rimasto.

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