Paolo Salmoirago/Ansa
Economia

Pensioni di vecchiaia, cosa cambia dal 1 gennaio

Dal 2016 scattano i nuovi requisiti: gli uomini potranno mettersi a riposo a 66 anni e 7 mesi e le donne del settore privato a 65 anni e 7 mesi

A risposo sempre più tardi. Ecco la prospettiva che dal 2016 in poi attende milioni di lavoratori italiani, i quali potranno andare in pensione in età più avanzata rispetto ai loro colleghi che si sono messi a riposo prima del 31 dicembre 2015. Dal 1 gennaio prossimo, infatti, scattano i nuovi requisiti previsti dalla riforma Fornero del dicembre 2011, che prevede un graduale innalzamento dell'età pensionabile e un suo adeguamento automatico alle aspettative di vita della popolazione. Ecco, di seguito, uno schema dei cambiamenti all'orizzonte:


-Gli uomini lavoratori dipendenti e le donne impiegate statali potranno mettersi a riposo a 66 anni e 7 mesi e non più a 66 anni e 3 mesi come nel 2015.

-Le donne lavoratrici autonome andranno in pensione a 66 anni e 1 mese e non più a 64 anni e 9 mesi come nel 2015.

-Le donne dipendenti del settore privato, invece, potranno congedarsi dal lavoro a 65 anni e 7 mesi e non a 63 anni e 9 mesi come quest'anno.


Pensioni e reddito minimo: la riforma Boeri in 10 punti


Non va dimenticato però, un particolare importante: quelli sopra esposti sono i requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia. Esiste però anche la possibilità di accedere a un'altra forma di pensionamento, quello anticipato, che si ottiene con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi solo per le donne), indipendentemente dall'età. Anche per le pensioni anticipate come per quelle di vecchiaia, nel 2016 i requisiti di accesso diventeranno un po' più stringenti: fino al al 31 dicembre 2015, infatti, è possibile mettersi a riposo con 42 anni e 3 mesi di carriera (41 anni e 3 mesi per le donne), cioè 4 mesi prima rispetto al 2016.


Pensioni, chi guadagna con la no tax area più alta


A partire dal prossimo anno, cambieranno (in peggio) anche i coefficienti di trasformazione dell'Inps. Si tratta di parametri che servono per determinare l'importo della pensione. In pratica, per calcolare l'ammontare dell'assegno, i contributi accumulati dal lavoratore vengono moltiplicati per il coefficiente di trasformazione, che è espresso in termini percentuali e varia a seconda dall'età. Se per esempio un dipendente ha accumulato 200mila euro di contributi e si mette a riposo a 67 anni, oggi ottiene una pensione di 11.652 euro lordi all'anno, così calcolata: i 200mila euro di accantonamenti previdenziali vengono moltiplicati per il coefficiente di trasformazione previsto per i 67enni, che oggi è pari al 5,826% (200milaX5,826%=11.652). Dal 2016, i coefficienti di trasformazione diminuiranno perché vengono adeguati alle speranze di vita della popolazione italiana (che per fortuna è sempre più longeva).


Pensioni, assegni più bassi nel 2016


Il coefficiente per chi si mette a riposo a 67 anni, per esempio, scenderà dal 5,826% al 5,7%. Ciò significa che chi ha accumulato 200mila euro di contributi (come il caso preso in esame in precedenza), avrà una pensione più bassa: 11.400 euro lordi all'anno (200milaX5,7%=11.400), inferiore di oltre 250 euro all'anno rispetto a quella di chi si è congedato dal lavoro nel 2015, con gli stessi requisiti. La perdita sull'assegno, in questo caso, sarà dunque nell'ordine del 2%. Va ricordato, però, che tale decurtazione colpisce soprattutto chi avrà la pensione calcolata interamente con il metodo contributivo, cioè in proporzione alla quantità di contributi versati durante tutta la carriera. Parecchi lavoratori, però, ricevono ancora l'assegno determinato in gran parte con il vecchio sistema retributivo, cioè in base alla media degli ultimi stipendi, percepiti prima di mettersi a riposo. Dunque, per molti nostri connazionali l'abbassamento dei coefficienti di trasformazione provocherà una perdita sull'assegno inferiore o uguale all'1%, più bassa rispetto al 2% calcolato nell'esempio precedente.


Ti potrebbe piacere anche

I più letti