Pensioni e quota 100, perché aiuteranno poco i giovani
ANSA / ALESSANDRO DI MARCO
Pensioni e quota 100, perché aiuteranno poco i giovani
Economia

Pensioni e quota 100, perché aiuteranno poco i giovani

Il governo abbassa l’età di ritiro dal lavoro. Ma non servirà per combattere la disoccupazione tra gli under 30

“Il diritto alla pensione di un 62enne vale un posto di lavoro e mezzo di un giovane”. E’ quanto ha dichiarato Matteo Salvini, ministro dell’interno e leader della Lega, preannunciando la rottamazione della Legge Fornero, l’ultima riforma previdenziale approvata dal governo Monti. 

Il governo Lega-5Stelle, come già annunciato da tempo, istituirà la quota 100, cioè un sistema che consente di andare in pensione quando l’età anagrafica e i contributi versati superano una determinata soglia (pari appunto a 100). Chi ha 38 anni di servizio e 62 anni di età, per esempio, con le regole della quota 100 potrà mettersi a riposo già nel 2019, mentre con i requisiti della Legge Fornero avrebbe dovuto aspettare almeno altri 4 anni. 

Qulache esempio in Europa

Ma serve abbassare l’età pensionabile per creare più lavoro tra i giovani? Qualche anno fa un’analisi degli economisti Vincenzo Galasso e Tito Boeri (quando non era ancora presidete dell’Inps), ha dato una risposta negativa a questa domanda. Conti alla mano, Boeri e Galasso hanno visto che i paesi con la disoccupazione giovanile più bassa, per esempio l’Olanda, la Germania, la Danimarca o la Finlandia, avevano anche un un'età pensionabile superiore a quella di nazioni  come l’Italia o la Spagna che avevano (e hanno ancora) in tasso di senza lavoro tra gli under 25 ben più alto, pari addirittura a due o tre volte la media europea. 

Questo perché il mercato del lavoro non è come una stanza chiusa di ambulatorio medico, con la sala d’aspetto piena di gente fuori: appena esce qualcuno, entra automaticamente qualcun altro. In realtà, sono tante le variabili che influenzano il mercato del lavoro. Se per esempio si manda molta gente in pensione prima, bisogna poi mantenerla aumentando i contributi versati da chi è ancora in attività. Il che fa crescere il costo del lavoro, disincentivando le imprese a fare nuove assunzioni e deprimendo i salari dei giovani. 

E’ un po’ quello che, secondo Boeri e Galasso, è avvenuto in Italia negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso (ma anche nel resto d’Europa), quando alle imprese era consentito mandare in pensione anticipata i lavoratori più anziani, spesso anche solo cinquantenni,  per far posto ai lavoratori giovani. Queste politiche, a detta dei due economisti, si sono rivelate disastrose:  la disoccupazione è aumentata sia tra i giovani che tra gli anziani, proprio a causa del notevole aumento dei contributi previdenziali e del  costo del lavoro.

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