Ciro Fusco7ansa
Economia

Pensioni anticipate, quanto si perde con la proposta di Boeri

Il presidente dell'Inps vuol calcolare col metodo contributivo gli assegni di chi va a riposo in anticipo. Ma, per i sindacati, si rischia un taglio del 30%

Un assegno di più di 2mila euro lordi al mese, che si riduce fino a circa 1.500 euro lordi. Ecco il possibile effetto della proposta di Tito Boeri, presidente dell'Inps, che ha lanciato l'idea di consentire ai lavoratori italiani di andare in pensione prima del previsto, accettando però come contropartita un taglio alla rendita maturata. A fare i calcoli delle potenziali decurtazioni degli assegni, è stato il Servizio Politiche Previdenziali della Uil, snocciolando delle cifre che certo non fanno piacere a chi spera di mettersi a riposo prima dei 66 anni e mezzo, l'età pensionabile prevista oggi (in linea di massima e con qualche eccezione) dalla Legge Fornero.


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A dire il vero, Boeri ha illustrato la propria proposta solo a grandi linee, durante un'audizione tenuta alla Camera nelle settimane scorse. Tuttavia, ascoltando le sue parole, si capisce già quale sarà più o meno l'impianto dei cambiamenti ideati dal presidente dell'Inps. In sostanza, secondo Boeri, chi vorrà mettersi a riposo prima dei 66 anni dovrà accettare una pensione calcolata per intero con il metodo contributivo e non col più vantaggioso sistema retributivo, che oggi è ancora parzialmente in vigore per i lavoratori più anziani. Applicando il metodo contributivo, l'importo dell'assegno verrà determinato in base alla quantità dei contributi versati dal lavoratore durante tutta la carriera. Con il sistema retributivo, invece, l'ammontare della pensione dipende dalla media degli stipendi percepiti negli ultimi 10 anni.


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In linea di massima, la pensione contributiva è quasi sempre più bassa di quella retributiva, soprattutto per chi ha delle carriere con stipendi sempre crescenti e si mette a riposo con una retribuzione finale molto più alta di quelle percepite da giovane.


Tre casi concreti

A stimare la potenziale perdita provocata dal passaggio da un metodo di calcolo all'altro, ci ha pensato appunto la Uil che ha preso in esame tre di versi profili di lavoratori (per la precisione si tratta di tre lavoratrici donne).


 -Per una dipendente che ha 62 anni di età, 36 anni di carriera alle spalle e una retribuzione media annuale di 39.800 euro nell'ultimo decennio, la decurtazione sull'assegno sarebbe del 12,67%. Nello specifico, ritirandosi dal lavoro oggi e percependo una pensione solo contributiva, questa lavoratrice avrebbe un assegno di 1.889 euro lordi, anziché 2.163 euro che maturano invece con le regole attuali (se si potesse andare in pensione a 62 anni). Al netto delle tasse, la pensione contributiva sarebbe pari a circa 1.450 euro al mese, anziché 1.630 euro.


-Più pesanti sono i sacrifici che deve accettare una dipendente che ha 62 anni di età, come nell'esempio precedente, ma 39 anni e mezzo di carriera alle spalle e una retribuzione media annuale di 34.500 euro nell'ultimo decennio. In questo caso, la pensione solo contributiva sarebbe pari a 1.527 euro lordi al mese, anziché 2.209 euro lordi, con un taglio di quasi il 31% . Al netto delle tasse, l'assegno incassato sarebbe pari a circa 1.210 euro al mese, anziché 1.660 euro (-450 euro mensili).


-Infine, gli esperti della Uil hanno preso in esame il profilo di una donna con 62 anni di età, 35 anni di carriera alle spalle e una retribuzione media annuale di 33mila euro nell'ultimo decennio. In quest'ultimo caso, la pensione solo contributiva sarebbe pari a 1.549 euro lordi al mese, anziché 2.345 euro lordi, con un taglio di oltre il 33%. Al netto delle tasse, l'assegno ammonterebbe a circa 1.220 euro al mese, anziché a 1.740 euro (-520 euro mensili).

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