Pensionati che lavorano, quanti sono e cosa devono aspettarsi
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Pensionati che lavorano, quanti sono e cosa devono aspettarsi
Economia

Pensionati che lavorano, quanti sono e cosa devono aspettarsi

Molti italiani continuano la professione anche se ricevono il vitalizio dell'Inps. Ma il ministro Madia vorrebbe limitare il fenomeno

“Mentre più del 40% dei giovani non trova un'occupazione, un milione e mezzo di italiani cumulano lavoro e assegni pensionistici”. Parola del ministro della pubblica amministrazione, Marianna Madia, che nei giorni scorsi ha firmato una circolare che impone una stretta sui redditi di molti pensionati. Chi percepisce il vitalizio dell'Inps, infatti, non potrà cumularlo con altri redditi professionali, nel caso in cui l'imponibile totale superi i 311mila euro annui. La norma, a dire il vero, riguarda soltanto i dipendenti pubblici ed è stata approvata dal governo Letta mentre la Madia non ha fatto altro che passare dalle parole ai fatti, emanando la circolare attuativa del provvedimento.

PENSIONI, COSA CAMBIA DAL 2014

In una recente intervista alla Stampa, però, il ministro della pubblica amministrazione ha avanzato l'idea di spingersi oltre. Per i dipendenti pubblici, secondo Madia, si potrebbe infatti abbassare ancora il tetto di 311 mila euro, al di sopra del quale scatta il divieto di cumulo tra pensioni e redditi da lavoro. Per i dipendenti privati o i liberi professionisti, invece, il divieto di cumulo può essere attuato con modalità diverse, poiché lo stato non può ovviamente intervenire sulle retribuzioni. L'idea del ministro è dunque di tagliare una parte della pensione, nel caso in cui il beneficiario continui a percepire un reddito professionale. Si tratta però di un intervento che scatterebbe esclusivamente sugli "assegni d'oro", cioè quando il pensionato-lavoratore guadagna più di una determinata cifra.

TAGLIO ALL'ASSEGNO

Una proposta di legge presentata nei mesi scorsi dalla stessa Madia, quando non era ancora ministro, suggerisce per esempio di tagliare gli assegni Inps, non appena il reddito del beneficiario (sommando la pensione con i compensi da lavoro) risulta superiore a 6 volte il trattamento minimo, cioè a circa 3mila euro lordi al mese. Se il pensionato sceglie comunque di lavorare e oltrepassa questa soglia di reddito,  l'assegno Inps viene decurtato di una somma pari al 50% della differenza. In altre parole, ogni euro sopra la soglia dei 3mila lordi mensili guadagnato lavorando, fa perdere 50 centesimi di assegno pensionistico.

La proposta di Madia non ha però incontrato grande entusiasmo nelle file dello stesso governo. Tra chi si è dichiarato contrario, per esempio, c'è l'attuale ministro del lavoro, Giuliano Poletti. Di sicuro sono contrari a questa proposta anche i principali alleati del Pd nella maggioranza, cioè il Nuovo Centrodestra (Ncd) di Angelino Alfano. Fu infatti proprio un esponente dell'Ncd, l'ex-ministro del welfare Maurizio Sacconi, a cancellare nel 2008 il divieto di cumulo tra pensione e lavoro, che già esisteva nel nostro sistema previdenziale, per alcune categorie di iscritti all'Inps.

QUANTI SONO I LAVORATORI-ANZIANI

Prima di iniziare il dibattito su questo tema, però, bisognerebbe fare chiarezza su quanti sono oggi in Italia i pensionati che ancora lavorano. Il ministro Madia ha parlato di un milione e mezzo di persone, tra settore pubblico e privato, mentre l'Istat ne ha calcolate nel 2012 circa 411 mila, limitandosi però a censire soltanto quelle comprese nella fascia di età tra 50 e 69 anni. Un'indagine commissionata negli anni scorsi dal Partito Democratico, invece, aveva stimato la presenza di 225mila beneficiari del cumulo pensione-redditi da lavoro, tra cui appena 40mila percepivano un assegno Inps superiore a 6 volte il trattamento minimo, cioè oltre la soglia di circa 3mila euro lordi al mese. I pensionati più ricchi che lavorano, insomma, non sono poi tantissimi. Come ha evidenziato l'Istat, infatti, il motivo che spinge molti anziani a rimanere in attività anche dopo il pensionamento è nel 66% dei casi di tipo economico, cioè legato al bisogno di guadagnare un po' di più. Nella terza età, dunque, spesso si lavora ancora per necessità e non per diletto, né per il gusto di rubare un'occupazione a un giovane. Chi può permetterselo, insomma, preferisce andare a riposarsi ai giardinetti.

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