Labuan, il boom del paradiso fiscale cresciuto grazie a Cina e Islam
Labuan, il boom del paradiso fiscale cresciuto grazie a Cina e Islam
Economia

Labuan, il boom del paradiso fiscale cresciuto grazie a Cina e Islam

Flat tax, segreto bancario, trust anonimi: ecco come un piccolo atollo è riuscito a movimentare oltre 1000 miliardi di dollari l'anno. Provocando la reazione del premier cinese Xi Jinping.

Quanti soldi possono transitare in un anno all’interno di un’isoletta abitata perlopiù da pescatori e grande quanto un quartiere di Milano? Molti, moltissimi, se l’isola in questione si chiama Labuan . Paradiso di surfisti e amanti delle immersioni, alle nostre latitudini è nota solo per i resort di lusso e per aver dato i natali virtuali a Lady Marianna, l’amante di Sandokan nel popolare romanzo di Salgari poi portata sullo schermo da una bellissima Carole André. Ma in realtà da qualche anno questo atollo di appena 91 chilometri quadrati si è trasformato nel paradiso fiscale prediletto dalla finanza asiatica, con un movimento contanti e titoli che a fine 2013, secondo un’analisi appena pubblicata dall’agenzia specializzata Offshore Alert , dovrebbe oltrepassare i mille miliardi di dollari.

Tutto è cominciato nel 1990, quando il governo malese, dal quale dipende l’isola, le ha conferito lo status di zona franca doganale. Una misura che ha permesso alla Malesia di non affondare e anzi di rilanciarsi come hub mercantile proprio durante la prima grande crisi valutaria asiatica , ma che per oltre vent’anni ha avuto effetti piuttosto limitati dal punto di vista delle domiciliazioni: a inizio 2011 le società straniere sbarcate sull’isolotto erano appena 2.500, contro le oltre 400 mila che all’epoca schieravano, ad esempio, le Cayman. La svolta è arrivata proprio due anni fa, quando il primo ministro malese Najib Razak , pare perché rimasto folgorato dal modello Liechtenstein, decise di replicarlo sull’isola rendendolo ancora più disinvolto. Dunque segreto bancario tutelato per legge, spese di domiciliazione a Labuan equivalenti a 1.600 euro l’anno, nessuna tassa sulle transazioni finanziarie e aliquota flat del 3 per cento su qualsiasi profitto. Più una norma studiata ad hoc per solleticare la finanza islamica: la possibilità di creare fondazioni ereditarie, simili ai trust ma nutrite, con un complesso meccanismo, non da interessi (vietatissimi dalla Sharia) bensì da profitti industriali.

Grazie a queste poche norme Labuan ha messo il turbo e oggi ospita quasi 250 mila targhe societarie che solo nel primo trimestre dell’anno hanno movimentato 540 miliardi. Superando così mete continentali più tradizionali come Seychelles, Macao e il dirimpettaio Brunei, non senza frizioni economiche e politiche all’interno del Sudest asiatico. Le borse di Hong Kong e Shanghai sono in sofferenza e il boom dell’offshore viene infatti dipinto da molti analisti come una delle ragioni della fuga di capitali dai loro forzieri tradizionali. Ma soprattutto a Pechino e dintorni, con la campagna anticorruzione del premier Xi Jinping in pieno svolgimento, non è stata vista di buon occhio la comparsa di alcuni big del partito tra gli intestatari di conti cifrati e fiduciarie di Labuan.

Due giorni fa, nel suo discorso di fine anno alla nazione, lo stesso Xi ha annunciato che la nuova commissione governativa per la trasparenza indagherà anche sulla situazione dell'atollo e sui suoi rapporti finanziari con la Cina. Staremo a vedere, ma per il momento è interessante notare come su questo fronte si registri un'inedita convergenza di intenti tra l'establishment di Pechino e il Tea Party, ossia l'ala più oltranzista del partito repubblicano statunitense. Da mesi, infatti, alcuni senatori di Washington chiedono al presidente Barack Obama di chiudere i rapporti diplomatici con una decina di mete offshore, tra le quali Labuan.

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