Ocse e i danni economici della mancanza di biodiversità
Ocse e i danni economici della mancanza di biodiversità
Economia

Ocse e i danni economici della mancanza di biodiversità

Secondo l'organizzazione internazionale serve un drastico cambiamento di rotta verso investimenti nella sostenibilità ambientale

Ci sono fasi della storia umana in cui l’economia è costretta a ripensare se stessa. Nel suo recente rapporto dal titolo OECD Environmental Outlook to 2050 , l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) afferma a chiare lettere che "il degradarsi del capitale naturale del nostro pianeta rischia di mettere in pericolo i progressi fatti nel miglioramento del tenore di vita dalla rivoluzione industriale a oggi". Non sarebbe più sufficiente "una semplice correzione dei nostri modelli economici, occorre urgentemente una drastica inversione di rotta del modello tradizionale".

Lo hanno già capito le grandi compagnie internazionali che, secondo uno “special report” del Financial Times, stanno piano piano passando da un impegno ambientale di facciata per soddisfare strategie di marketing a uno autentico, fondato su strategie di rischio e sullo sviluppo di un ciclo di approvvigionamenti a basso costo. Lo conferma anche un survey del “McKinsey Quarterly” sui dirigenti di grandi compagnie sparse nel mondo: è triplicato il numero di quelli che pensano che l’investimento in sostenibilità si giustifica con l’abbassamento dei costi e l’efficienza piuttosto che con una strategia per aumentare la reputazione aziendale.

Pure gli investitori cominciano a interessarsi alla sostenibilità anche perché organizzazioni come il Carbon Disclosure Project forniscono informazioni sul comportamento delle aziende: investimenti sulla riduzione di CO2, impatto sulle acque, efficienza delle macchine e altre opportunità che possono essere vagliate attentamente da chi investe.

Le preoccupazioni dell’Ocse riguardo le risorse naturali del pianeta, con l’auspicio che l’economia debba rinnovarsi quanto prima, sono basate su una serie di fatti.

Vent’anni dopo la prima Conferenza di Rio de Janeiro, in cui 183 nazioni adottarono un programma di azione per lo sviluppo sostenibile e 27 principi sull’integrazione tra ambiente e sviluppo, la popolazione globale è cresciuta del 28 per cento e l’economia globale si è espansa del 75 per cento.

La straordinaria crescita economica dalla rivoluzione industriale a oggi ha strappato miliardi di persone dalla morsa della povertà ma i cambiamenti climatici in corso, con le loro differenze tra regione a regione del pianeta, stanno mettendo a dura prova la vita di popolazioni povere. Giusto per fare uno dei tanti esempi, in Bangladesh l’innalzamento del livello del mare e le continue inondazioni stanno costringendo a emigrare milioni di persone.

Come sottolineato nel report dell’Ocse, l’aumento della popolazione nei prossimi quattro decenni e l’innalzamento degli standard di vita oscureranno l’effetto positivo dell’efficienza energetica e l’abbattimento delle emissioni. I cambiamenti irreversibili della biosfera ai quali assisteremo potrebbero così vanificare due secoli di progresso nel benessere delle popolazioni. In altri termini, il degrado delle risorse e i servizi naturali del pianeta, inclusa la sua capacità di rigenerarsi, determinerà una perdita della ricchezza a livello mondiale.

I danni economici per la perdita della biodiversità, dice l’Ocse, ammonteranno a una cifra tra i 2 e i 5 trilioni di dollari per anno, superiore alla ricchezza prodotta dalla stragrande maggioranza della nazioni della Terra. Ciò che più preoccupa è che, come precisa l’Ocse, non sarà possibile creare sostituti alla massima parte dei servizi naturali persi.  

Nel 2050, l’Ocse stima che il 40 per cento della popolazione vivrà in aree in cui le acque sono sottoposte a forse stress. La crescita della domanda di acqua del 55 per cento determinerà una riduzione di quella disponibile per l’irrigazione. La previsione di un miliardo e mezzo di persone senza accesso ai servizi igienici fa poi pensare a un aumento notevole delle epidemie.

Nel 2009, una trentina di grandi studiosi, tra i quali il Nobel per la chimica Paul Crutzen, hanno definito tecnicamente ciò che intuitivamente chiameremmo i “confini planetari”, i limiti oltre i quali la perdita delle risorse naturali è irreversibile. Secondo le loro stime, pubblicate su Nature ed Ecology and Society, in tre dei 9 confini planetari, cioè cambiamento climatico, ciclo dell’azoto e perdita di biodiversità, siamo già oltre i limiti calcolati.

Due diversi imperativi, spesso in contrasto, pesano sul nostro destino: far fronte alle crisi economiche incrementando la crescita economica in tempi brevi; sposare un paradigma di sviluppo sostenibile che tenga conto dei principi etici adottati a Rio venti anni fa. Se le compagnie internazionali hanno già acquistato questa consapevolezza e hanno trovato le risorse per lanciarsi in investimenti sostenibili, le piccole e medie imprese esitano a valutare l’impatto che in varia misura la perdita di risorse naturali avrà sul loro commercio.

In Europa, fortunatamente, almeno fino al 2020 vi sono vincoli obbligatori alla riduzione della CO2 grazie al sistema di scambio di quote di emissioni di anidride carbonica istituito dall’Unione Europea. I governi europei, inoltre, stanno cercando di indirizzare gli sforzi delle imprese con una politica di incentivi per ridurre il consumo energetico in relazione al bene distribuito.  Tra questi, i certificati bianchi: istituiti dal governo italiano nel 2004, stabiliscono il risparmio energetico da far valere per un contributo economico.

Pietro Valaguzza, amministratore delegato di una società di trading di certificati ambientali dice: "Non vi sono dubbi sul fatto che gli incentivi attuali consentono a un imprenditore di ridurre rapidamente i costi di un investimento in efficienza e riduzione delle emissioni e che alla fine questo significhi una riduzione del costo marginale di produzione e quindi migliore competitività in futuro".

Ma questa opportunità non è ancora stata compresa fino in fondo. Molto potranno fare nel futuro vari programmi di informazione del governo o enti come l’Enea o ancora società di servizi energetici come le cosiddette Esco, che effettuano gli interventi nel settore dell’efficienza energetica di cui un’impresa ha bisogno, sollevando il cliente dalla necessità di reperire risorse finanziarie nell’immediato.

Interrogato sulla situazione delle imprese italiane e gli investimenti in sostenibilità, Michael Renner, senior researcher al Worldwatch Institute, il più autorevole osservatorio sugli scenari ambientali, ha detto: "Io credo che in Italia sarà cruciale la politica fiscale e il sistema di incentivi alle imprese. Le politiche pubbliche possono essere utilizzate per accelerare il cambiamento di percezione degli imprenditori e nello stesso tempo per influenzare il comportamento degli investitori". Il punto è quindi selezionare le politiche pubbliche che meglio si addicono alla situazione italiana.

Secondo Carlo Stagnaro, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, "il meccanismo degli incentivi messo in atto in Italia ha spinto gli imprenditori a investire sul solare a scapito di altre energie pulite e dell’efficienza delle macchine". Quel che occorre fare è "disincentivare lo sporco con una tassa sulla CO2 emessa in maniera che ogni imprenditore abbia la possibilità di scegliere quale forma di energia è più conveniente per i suoi scopi, definire ex ante quale forma di energia pulita incentivare ha funzionato fin tanto che gli investimenti erano pochi, ma quando questi sono cresciuti è salito il prezzo sulla bolletta del consumatore".

Il ruolo dello Stato sarà quindi cruciale nel prossimo futuro. Il cambiamento più importante che ci si attende in questo senso è la riduzione delle tasse su prodotti e servizi più sostenibili o l’aumento delle tasse su quelli meno sostenibili.

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