Perseguitato? Si, forse, però, no
Perseguitato? Si, forse, però, no
Economia

Perseguitato? Si, forse, però, no

Mettersi contro il presidente Nursultan Nazarbayev può essere pericoloso. Ma il giudizio su Mukhtar Ablyazov divide anche i dissidenti: eroe o ladro?

Chi è Nursultan Nazarbayev? È il padrone del mondo». Sofia, occhi azzurri e lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca con un fiocco rosa, sei anni appena, non ha dubbi. E alla domanda della maestra risponde senza esitazione. A raccontarlo è sua mamma, Tatyana Trubaheva, giornalista. È il tardo pomeriggio di domenica e siamo in una delle tante caffetterie eleganti lungo i viali alberati del centro storico di Almaty, l’ex capitale del Kazakhstan, balzata agli onori della cronaca dopo il ritorno forzato nella casa paterna di Alma Shalabayeva e della figlia Alua, espulse dall’Italia il 31 maggio scorso con una procedura assai dubbia che ha messo alle corde la tenuta del governo Letta.

Il clima è rovente, 38 gradi all’ombra, forse più. La città semideserta, assopita. Domina l’architettura di stampo sovietico, con monumenti celebrativi di quell’epoca che fanno a pugni con le vetrine scintillanti e traboccanti di prodotti costosi, più che in Italia. Anche le macchine in circolazione sono di tutto rispetto. Niente utilitarie. Solo carrozzerie di lusso. Trubaheva accetta a fatica l’incontro con Panorama. E con un sorriso imbarazzato dice: «La frase di mia figlia dovrebbe farle capire il motivo».

Nella patria del padre-padrone Nazarbayev, tra i paesi con la maggiore ricchezza pro capite al mondo in termini di risorse naturali (oltre 250 giacimenti di gas e di petrolio scoperti e giacimenti minerari di ogni tipo tra cui uranio, oro, terre rare e zinco), il dissenso non è gradito. O meglio: «La libertà d’espressione è direttamente proporzionale al coraggio dei singoli» riassume Daurien Markiev, anche lui giornalista, a capo dei programmi  d’informazione di Ktk, che sulla carta è la prima televisione indipendente del paese, ma la cui proprietà è riconducibile a una fondazione che fa capo al presidente, qui chiamato «papa» (nel senso di papà). In altre parole: indipendente non è.

Non a caso il video della Shalabayeva che passeggia nel giardino di casa nel quartiere residenziale di Karghaly, alle porte di Almaty, prontamente trasmesso dall’emittente all’indomani del suo ritorno, pare sia stato girato dai servizi di sicurezza kazaki Knb (ex Kgb). La signora ha il solo obbligo di dimora nella città natale,
ma di fatto vive blindata nella villa stile coloniale dei genitori costruita in mattoni rossi e circondata da alte mura sorvegliate da telecamere di sicurezza lungo la polverosa via Abaja, su cui affacciano numerose altre ville dal gusto dubbio ma costruite senza alcun dubbio a suon di miliardi di tenge (un euro vale 204 tenge).

Mentre Yelena Malygina, dell’organizzazione non governativa Adil Soz, unico cane da guardia nel paese sul fronte dei media, si spinge anche oltre: «In Kazakhstan fare il giornalista è pericoloso tanto quanto fare il minatore». Questione di sicurezza. Aggressioni. Come quella a Lukpan Akhmedyarov, direttore del settimanale Uralskaya Nedelya, da sempre in prima fila nel denunciare gli  abusi del potere, sopravvissuto a un attacco spietato il 12aprile 2012 (otto coltellate e due colpi di pistola). E poi i problemi giudiziari. Come testimonia l’elenco dettagliato con tanto di nomi, cognomi e testate di riferimento di chi è finito nelle maglie della giustizia nei primi sei mesi di quest’anno, stilato dalla stessa Adil Soz (http://www. adilsoz.kz/en/statistic/statistic-of-violations-of-freedomof-speech-in-kazakhstan-january-june-2013/).

E se vale per i giornalisti, figuriamoci per gli oppositori. O in ogni caso per chiunque attacchi il regime, compreso chi ricopre posizioni di vertice. Come il generale Timur Marzhenov, a capo dell’intelligence, finito in manette all’indomani della diffusione in internet di alcune intercettazioni del presidente (a onor del vero, anche in Italia è un reato da galera). Arrestato all’istante, due giorni dopo si è impiccato. E molti sospettano che sia stato impiccato. Correva l’anno 2010. «Era sorvegliato 24 ore su 24 dagli agenti della Knb. Anche se avesse voluto non avrebbe mai potuto attentare alla propria vita» dice l’attivista per i diritti umani Erlan Kaliev della fondazione Arka Siyev. E taglia corto: «È la fine che farebbe Mukhtar Ablyazov se venisse rimpatriato in Kazakhstan».

Sui rischi che corre l’oligarca-dissidente, o presunto tale, marito della Shalabayeva, individuato e arrestato in Francia senza tanti complimenti il 31 luglio scorso, concordano tutti. Però il giudizio su di lui è assai controverso. Per alcuni è un eroe, l’unico in grado di sfidare il regime di Nazarbayev. Per altri è un ladro che ai tempi della presidenza della Bta Bank, poi finita in bancarotta, ha sottratto alle casse del paese almeno sei miliardi di dollari. È ancora Kaliev a dire la sua: «L’arresto di Ablyazov è un duro colpo per l’opposizione».

E sebbene confessi di non sapere se anche dall’esilio dorato l’ex banchiere continuasse o meno a finanziare le poche voci-contro rimaste in circolazione, lo difendea spada tratta: «Quella banca era sua e gli eventuali fondi trasferiti all’estero appartenevano a lui». Tra i media d’opposizione riconducibili ad Ablyazov ci sono il settimanale Respublika guidato da Irina Petruscheva, finita in carcere a Mosca nel 2005 su richiesta delle autorità kazake ma presto rilasciata, e il canale televisivo K-Plus oscurato nel paese ma visibile su Youtube dall’estero e che ancora oggi trasmette in kazako, russo e inglese.

Assai più cauto nel giudizio sull’oligarca appare invece Alim Sajliabaev, direttore esecutivo dell’organizzazione non governativa Transparency Kazakhstan, che definisce Ablyazov «discutibile». E aggiunge: «È nemico personale del presidente». Mentre Carmine Barbaro, a capo delCentro studi Italia di Almaty, dal 1994 in Kazakhstan, ememoria storica della nostra piccola comunità che conta un centinaio di persone in pianta stabile, spara a zero: «Ogni volta che Ablyazov, che qui chiamano “il giocatore di scacchi”, entra in rotta di collisione con il potere, si autoproclama capo dell’opposizione».

Ma lo è davvero? Quel che è certo è che nel 2001 l’oligarca, che all’epoca era ancora ministro dell’Industria, fondò il movimento Democratic choice of Kazakhstan
(Dck), che avrebbe voluto introdurre riforme radicali nel paese. Insieme a lui, in prima fila, c’era anche l’allora governatore della regione di Pavlodar, Galymzhan Zhakiyanov. Finirono entrambi in carcere, ma Ablyazov venne graziato dopo appena 10 mesi di detenzione, previo giuramento pubblico che non avrebbe mai più fatto politica. Riparò a Mosca, salvo poi rientrare nel Kazakhstan nel 2005 per occuparsi della Bta Bank.

Mentre Zhakiyanov rifiutò la grazia e dovette aspettare il 2006 per tornare in libertà. Ha abbandonato la politica e ora si occupa di affari. Andò molto peggio a chi non si piegò mai al potere: Zamanbek Nurkadilov e Altynbek Sarsenbayev, entrambi figure di spicco dell’opposizione, finirono morti ammazzati in circostanze mai chiarite rispettivamente nel 2005 e nel 2006. «A conti fatti oggi non c’è un leader dell’opposizione» riprende Sajliabaev di Transparency Kazakhstan, che crede poco fondata anche la tesi secondo cui negli ultimi tempi Nazarbayev avrebbe inasprito ulteriormente la repressione contro i propri nemici perché starebbe per lasciare il potere e non vorrebbe correre rischi.

«Sono solo voci» dice il politologo. «Rimarrà in carica a vita». A permetterglielo è anche una modifica della Costituzione che è stata effettuata nel 2007, quando il parlamento approvò con un solo voto contrario l’estensione senza limiti di tempo della presidenza del suo leader, ex operaio metalmeccanico addetto agli altiforni, oggi 73enne. E lo fece all’indomani della guerra senza esclusione di colpi scatenata dal presidente nei confronti dell’ex genero Rakhat Aliyev, marito della primogenita Dariga, che avrebbe voluto sfidarlo alle presidenziali nel 2012, poi anticipate all’aprile 2011, e vinte da Nazarbayev con il 95,5 per cento delle preferenze (era l’unico candidato). Altroché elezioni bulgare.

«Oggi Aliyev, ex banchiere come Ablyazov, è in esilio forzato a Vienna» riprende la giornalista Tatyana Trubaheva, e racconta di una dynasty senza fine che l’ha visto accusato persino di avere organizzato il rapimento di due dipendenti della sua stessa banca. In patria è stato condannato in contumacia a 20 anni di carcere. E azzarda: «Ora toccherà a lui essere catturato, scommettiamo?».

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