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Economia

Nucleare e Iran: l'effetto sul prezzo del petrolio del no di Trump

In quattro settimane le quotazioni sono aumentate del 10 per cento portandosi oltre i 74 dollari al barile: gli operatori davano per scontato l'annuncio del presidente USA

Il ritiro statunitense dall'accordo sul nucleare con l'Iran, siglato durante l'amministrazione Obama, e la reintroduzione delle sanzioni hanno fatto schizzare in alto le quotazioni del petrolio. L'oro nero (Brent) il giorno l'annuncio di Trump ha superato i 74 dollari al barile. Il 6 aprile il prezzo era di 67 dollari al barile. È un aumento di oltre il 10% in sole quattro settimane che gli esperti spiegano così: la maggior parte degli operatori specializzati nel settore aveva già dato quasi per scontata l'uscita degli USA. Quale potrebbe essere, invece, il trend nelle prossime settimane?

Il consensus degli analisti

Anzitutto, per gli analisti è improbabile che vi siano effetti immediati sui flussi delle esportazioni. Sul fronte dei mercati petroliferi globali, il consensus prevede un impatto sull'offerta nell'ordine dei 300.000-500.000 barili al giorno, corrispondente allo 0,3%-0,5% dell'offerta globale. Poi ci sono altre considerazioni da fare. A partire dalle sanzioni, che stando al documento del Dipartimento di Stato americano dovrebbero essere graduali e non immediate come lascerebbero invece intendere i mass media. Inoltre, le altre parti in causa nell'accordo sul nucleare (Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia) non si sono ritirate e continuano ad appoggiare l'accordo in essere e sarebbero disposte a concluderne uno nuovo.

Dove va il greggio iraniano

"I calcoli sono presto fatti: dal ritiro delle sanzioni, la produzione iraniana è salita all'incirca di un milione di barili al giorno, con le esportazioni di greggio che ora si aggirano sui 2,2 milioni di barili al giorno, considerando che i dati di aprile sono notevolmente superiori" sottolinea Ned Salter, responsabile della ricerca in Europa di Fidelity International. Dove va tutto questo petrolio? Circa il 60% del volume di esportazioni è diretto in Asia, in particolare verso Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Gli acquirenti europei ne comprano circa il 25% e potrebbero essere disposti ad interrompere gli acquisti per evitare le sanzioni USA, anche se Regno Unito, Francia e Germania restano tra i firmatari dell'accordo.

"Rimangono quindi circa 500.000 barili al giorno che potrebbero essere riassorbiti in mercati non europei. L'Arabia Saudita, inoltre, ha dichiarato di essere disposta a mitigare l’effetto di questa riduzione dell’offerta dovuta alle nuove sanzioni" prosegue Salter.

Le previsioni degli esperti

Quale sarà, dunque, il trend del greggio nelle prossime settimane? Anche per Christopher Gannatti, responsabile della riceca di WisdomTree Europe, provider americano di Etf, è possibile che questo trend di aumento del prezzo del petrolio sia correlato alle tensioni tra Russia e Stati Uniti e alla decisione di Trump di uscire dall’accordo con l'Iran. "Considerando che i produttori statunitensi di shale oil sono avvantaggiati dall'aumento dei prezzi del petrolio, a nostro avviso non sarebbe prudente scommettere in misura eccessiva su nuovi movimenti al rialzo dei prezzi del greggio. Ciò detto, generare incertezza è nella natura stessa del rischio geopolitico. Non sappiamo dove il prossimo flusso di tweet porterà l'attenzione dei mercati".

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