Manovra economica 2019, perché Tria è sotto pressione
ANSA/CESARE ABBATE/
Manovra economica 2019, perché Tria è sotto pressione
Economia

Manovra economica 2019, perché Tria è sotto pressione

Lega e 5 Stelle vogliono Flat Tax, Reddito di Cittadinanza e aumento delle pensioni minime , chiedendo al ministro dell’economia di fare miracoli

Ho piena fiducia nel ministro Tria ma un governo serio, che ha fatto delle promesse, non può aspettare due o tre anni per mantenerle”. Così Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico nonché leader del Movimento 5Stelle , ha rassicurato nei giorni scorsi sul destino del suo collega che dirige il dicastero dell’Economia. Giovanni Tria è infatti da settimane sotto pressione tanto che, sempre nei giorni scorsi, erano circolate pure delle indiscrezioni su una richiesta di dimissioni da parte dello stesso Di Maio. Per quale ragione? 

Trovare una risposta non è difficile. Tria è impegnato nel gravoso compito che da oltre vent’anni a questa parte spetta ai ministri dell’Economia, di qualunque governo e di qualsiasi colore politico. Deve far quadrare i conti, rassicurando l’Europa sul fatto che il debito pubblico calerà e il deficit italiano resterà sotto controllo. I parametri europei impongono di  tenere il disavanzo sotto il 3% del pil ma Tria spinge addirittura per portarlo un po’ più in basso, all’1,6-1,7%.  Il che significa, tradotto in soldoni, che nel 2019 il nostro Paese potrà spendere di più di quello che incassa per  32-35 miliardi di euro. 

A prima vista sembra una cifra alta ma, considerando che quasi 90 miliardi di euro servono per pagare gli interessi passivi sul debito mostruoso che abbiamo accumulato, in realtà i cordoni della borsa sono stretti. Anzi, sono strettissimi e ancora una volta il governo sarà costretto a chiudere il bilancio con un corposo avanzo primario.  Ciò vuol dire che, se non si tiene conto delle uscite per interessi, in realtà lo Stato dovrà spendere molto meno di quanto  incassa con le imposte e le tasse. 

Miliardi a palate 

Nello stesso tempo, però, i due maggiori partiti di governo hanno un conto delle spese lunghissimo. Il Movimento 5Stelle vuole introdurre il Reddito di Cittadinanza, cioè un sussidio contro la povertà che costa almeno (a essere ottimisti) 15 miliardi di euro all’anno. Poi vuole aumentare a 780 euro le pensioni minime stanziando un’altra “paccata” di miliardi mentre i suoi alleati della Lega chiedono di abbassare l'età pensionabile a 62 anni e vogiono pure la Flat Tax, un’imposta piatta di appena il 15-20%, che inizialmente dovrebbe essere applicata solo alle partite iva. 

Di fronte a questa lunga sfilza di pretese, far quadrare i conti per Tria è un’impresa titanica. Senza dimenticare, infine, che i 27 miliardi di euro previsti nella manovra economica  del 2019 serviranno soprattutto per bloccare (con tagli alla spesa di 12,5 miliardi di euro) l’aumento automatico dell’iva previsto dalle clausole di salvaguardia, cioè dagli impegni concordati negli anni scorsi dall’Italia con le autorità europee. Ecco perché anche il ministro Tria, come quasi tutti i sui predecessori, oggi è nel mirino: deve trovare a fatica una montagna di soldi, per rispettare le promesse fatte in campagna elettorale dai partiti della maggioranza. 

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