Lo spread non ci tragga in inganno, servono riforme strutturali
Lo spread non ci tragga in inganno, servono riforme strutturali
Economia

Lo spread non ci tragga in inganno, servono riforme strutturali

Altrimenti cadremo in una nuova situzione di emergenza. Carica di austerità

Non è facile capire perché, nonostante l’incertezza politica che ha seguito l’esito delle elezioni e il peggioramento del quadro congiunturale, i mercati finanziari siano finora rimasti relativamente calmi, con uno spread fra i titoli di stato italiani e tedeschi stabile intorno ai 300 punti base. La paura di un intervento da parte della Bce e la nuova politica espansiva della Banca del Giappone hanno per ora fatto affluire ingenti capitali in Europa, inclusa l’Italia. Il clima di relativa stabilità finanziaria ha tuttavia contribuito ad allentare la pressione, creando l’illusione che non ci sia fretta per dare vita a un nuovo governo e fare fronte all’emergenza economica.

Quanto è avvenuto è in linea con il modello che ha ispirato da anni i governanti europei, specialmente quelli italiani, e spiega perché la crisi che stiamo attraversando sia così lunga e profonda. Le decisioni difficili, soprattutto quelle che riguardano le riforme strutturali per sciogliere i nodi che da anni frenano la crescita e per inserire il sistema economico nel contesto globale, vengono rimandate nel tempo, perché contrastate da interessi precostituiti e da chi difende i cosiddetti diritti acquisiti.

Solo in condizioni di emergenza, quando è evidente a tutti che non agire avrebbe effetti drammatici, la classe politica, e i cittadini in generale, si rendono conto che devono essere fatte scelte impopolari. Solo quando i mercati finanziari non sono più intenzionati a investire nel Paese, e lo spread aumenta, si diffonde nel pubblico la consapevolezza del rischio di insolvenza, e che non è più possibile rinviare.

Tuttavia, quando le decisioni vengono prese in situazione di emergenza, difficilmente riescono a risolvere in modo definitivo problemi complessi e a lungo ignorati e spesso si concentrano su misure che possono essere rapidamente realizzate. Si cerca di tappare i buchi, di guadagnare tempo, per dare successivamente risposte più complete. Questo è il motivo per cui l’aggiustamento avviene principalmente dal lato fiscale, invece di mettere mano alle riforme che languono da tempo e che consentirebbero di rafforzare il potenziale di crescita del Paese e renderlo più attraente agli investitori internazionali.

Il paradosso è che di fronte all’emergenza è più facile far passare in Parlamento una mozione fiscale che una riforma economica, la cui adozione viene sempre sottoposta alla concertazione. Ma, dopo le misure più urgenti, la pressione per attuare soluzioni complessive tende a scemare. Si riduce l’incentivo politico a completare la manovra, soprattutto se richiede riforme che colpiscono le rendite di posizione. L’austerità, decisa nell’emergenza, non è imposta dall’esterno ma è il frutto dell’incapacità di affrontare tempestivamente, e con misure adeguate, i problemi che ci attanagliano da anni, legati a una bassa crescita e debito elevato. Questo tipo di cura è efficace solo nel breve periodo e rischia pertanto di essere peggiore del male. Genera malcontento e alimenta forze disgreganti all’interno della società, favorendo la nascita di movimenti populistici e mettendo a rischio la democrazia stessa.

Queste ultime settimane sembrano indicare che la lezione non sia stata imparata. Se non si mette mano rapidamente alle riforme, si rischia di ricascare in una nuova fase di emergenza, con nuove misure di austerità.

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