Legge di stabilità: un'occasione persa
Legge di stabilità: un'occasione persa
Economia

Legge di stabilità: un'occasione persa

Mancano i tagli alla spesa. Mancano le norme per la smaterializzazione del contante. Manca il coraggio

Pare che il "duro" Fassina intendesse proporla, ma sia stato subissato di reprimende appena qualcuno l’ha subodorato, sia da parte dei montiani che dei lettiani doc: sta di fatto che l’idea di riprendere la "smaterializzazione del contante", che come tutti sanno, da sempre, è la vera e forse unica "arma totale" contro l’evasione fiscale, non è stata neanche sfiorata dal testo della legge di stabilità. Ovvero: una leggina di instabilità.

Come, del resto, nulla è stato messo seriamente in campo contro gli sprechi mostruosi che proseguono indisturbati nel capitolo "acquisto di beni e servizi" da parte delle pubbliche amministrazioni, centrale e periferiche, dello Stato: oltre 240 mila miliardi all’anno di spesa pubblica che se solo si osasse tagliare del 5 per cento darebbero alle casse pubbliche un risutato maggiore di quello dell’intera legge.

Nessuna azienda privata, neanche la peggio amministrata, non riesce a tagliare del 5 per cento i suoi costi, se sa che l’alternativa è fallire: lo Stato non ce la fa. E Letta si salva l’anima chiamando a usare le forbici un tecnico del Fondo monetario internazionale, Carlo Cottarelli, probabilmente bravissimo, non privo di coraggio visto che promette 4 miliardi di risparmi da tagli "non lineari" nel 2014, ma chiaramente un marziano paracadutato in una realtà fatta di lobby e di mafie, che va gestita col lanciafiamme e non col fioretto e di cui – avendo vissuto all’estero negli ultimi vent’anni – non può avere la minima idea.

Quanto all’impazzimento della battaglia contro l’evasione è dimostrato da un calcolo banalissimo: se gli effetti di questa asfissiante pressione burocratico-accertativa che opprime i contribuenti onesti avessero avuto qualche rilievo, della montagna di reddito evaso – per l’Istat è il 16% del Pil, quindi 230 miliardi di euro – qualcosa avrebbe pur dovuto emergere, se fosse stato recuperato appena il 10-15 per cento di quel Pil sommerso, in termini di maggiore gettito, sarebbero stati una decina di miliardi di euro, da soli sufficienti a saziare lo Stato. Ma nulla è accaduto, di simile, perchè non è tartassando chi già paga che si può ottenere qualcosa in più, i limoni spremuti non danno succo. Eppure, della smaterializzazione del contante – per esempio al di sopra dei 50 euro – unica norma in grado di sospingere gli evasori nello stesso terreno melmoso della malavita organizzata facendogli percepire la pericolosità della loro condotta, nessuno ha avuto il coraggio di fare una bandiera.

Insomma, il dato di fondo è che con questa leggina il governo Letta delle larghe intese, con buona pace delle "impressioni" di Obama, si conferma quel che è per dna, un accrocchio debole e compromissorio, guidato da una persona perbene e credibile ma priva di peso politico e di leadership.

Il massimo l’ha raggiunto l’allegro ministro Fabrizio Saccomanni, che ha avuto il bello spirito di dichiarare: "Certamente si poteva fare di più e il provvedimento potrà essere migliorato in Parlamento". Due battute sganascianti in una, roba che neanche Crozza: innanzitutto sembrerebbe che la legge appena varata, su cui "si poteva fare di più" non sia soprattutto "figlia sua", e non si capisce di chi Saccomanni parli; e poi ipotizzare che il Parlamento migliori una legge finanziaria è come pensare che Dracula vada all’Avis a donare sangue, visto che sistematicamente, da sessant’anni, quando le leggi finanziarie entrano in Parlamento vestite bene escono che senbrano straccione, dilapidate dal classico, sempiterno e incontrastabile ìattacco alla diligenza.

La verità è che la politica dei piccoli passi non paga più, ma questo governo – nella sua forse inevitable ma deprimente debolezza – non ha i numeri per farne di lunghi, e anzi non ha nemmeno le idee per farli. C’è intanto un’informazione filogovernativa trasversale che enfatizza i segnali veramente minimi di una "ripresicchia" ampiamente contrastata dalla generale perdurante crisi, c’è un assordante silenzio sulle aree socio-economicamente morte del Paese, come il Sud, che giustamente ieri lo Svimez ha descritto come un territorio in via di desertificazione: con 2,7 milioni di nuovi emigranti negli ultimi dieci anni e nello stesso periodo una produzione industriale scesa del 25%, un quarto, e ancora i morti che superano i nati, perchè le famiglie non fanno più nemmeno i figli, contravvenendo secoli di oleagrafia proletaria.

Il Paese reale che tutti gli ultimi governi hanno ignorato è anche e soprattutto fatto di questi fenomeni, ma il nuovo dramma della politica italiana è che i benpensanti oggi continuano a individuare nella transizione-Letta una soluzione in fondo ottimale, quando a tutta evidenza non lo è, salvo compiacere "pro tempore" diktat internazionali che della situazione economica reale del Paese non s’interessano limitandosi a concentrarsi su poche formali compliance (adempimenti) ai parametri voluti dal sistema finanziario internazionale per non scuotere più di tanto il corso del debito pubblico italiano, parte di quello europeo, sui mercati.

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