Economia

La sindrome Nimby

La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, "non nel mio cortile") va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto, bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto – Not in my term of office, "non nel mio mandato" – e cioè quel fenomeno che svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri.

Ecco quindi pareri "non vincolanti" di regioni, province e comuni diventare veri e propri niet. Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi di euro il "costo del non fare" secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi, non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

Abbiamo ancora qualche possibilità, o solo un magnifico futuro alle spalle? Due esempi. L’Italia potrebbe incrementare la produzione di idrocarburi, con il vantaggio di ridurre la dipendenza dalle importazioni e di conseguenza il costo della bolletta energetica. Ma i progetti non solo di estrazione, ma anche di ricerca, sono veri e propri percorsi a ostacoli. Rimuoverli, significa liberare 5 miliardi di investimenti. E poi, il Deposito unico delle scorie nucleari: circa 1,5 miliardi previsti per la sua realizzazione e per il Parco tecnologico annesso, senza contare i risparmi che deriverebbero dall’evitare le infrazioni Ue.

Investimenti pronti, e lavoro, per realizzare un’infrastruttura per la sicurezza di tutti gli italiani. Un diritto non solo nostro, ma delle prossime dieci generazioni. C’è ancora un futuro possibile: vogliamo coglierlo?

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