Immobili e bolla: l'Europa deve imparare dagli Stati Uniti
Immobili e bolla: l'Europa deve imparare dagli Stati Uniti
Economia

Immobili e bolla: l'Europa deve imparare dagli Stati Uniti

Se le banche non permetteranno ai mercati di far precipitare i prezzi delle case le economie non riusciranno a ripartire

Prima gli Stati Uniti, poi l'Europa, e presto potrebbe toccare anche alla Cina. In tutto il mondo, anche se in momenti diversi, le bolle speculative del settore immobiliare sono scoppiate. Causando una valanga di problemi. Che non tutti i governi sono stati in grado di risolvere.

Parla di questo il nostro grafico della settimana pubblicato da The Atlantic e che illustra come Arizona e Florida siano state in grado di risollevarsi così in fretta dal "disastro immobiliare" del 2006 rispetto, ad esempio, a quello che è riuscita a fare la Spagna qualche anno più tardi. E spiega le ragioni che hanno portato a performance così diverse.

Per capire come l'America ha avuto un recupero più rapido di quello dell'Europa vanno confrontati gli andamenti di crescita e tasso di disoccupazione di sei paesi: Florida, Arizona e Nevada da un lato. Grecia, Irlanda e Spagna dall'altro.

C'è chi dice che la bolla sia scoppiata quanto le opportunità di lavoro hanno iniziato a calare. Perché i prezzi delle case non hanno smesso di crescere e nessuno si è più potuto permettere di acquistarle. E c'é anche chi sottolinea come il fatto che i governi federali degli Stati Uniti non fossero obbligati a intervenire per salvare finanziariamente i propri istituti di credito, abbia aiutato molto.

Le banche (non solo) spagnole, infatti, consapevoli che Madrid, Atene e Dublino potrebbero non essere in grado di compensarne le perdite, tergiversano in attesa che i prezzi degli immobili scendano quel tanto da consentire loro di recuperare le perdite. In Florida e Arizona sono crollati del 43%, nel Nevada del 53,5%, permettendo pian piano alle persone di ricominciare a comprare e agli immobiliaristi di costruire. In Grecia, Irlanda e Spagna si sono ridotti, rispettivamente, del 12%, 33% e 15%. Non abbastanza per far ripartire i mercati. E lasciando questi Paesi ancora con enormi difficoltà finanziarie.

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