Jobs Act, quei collaboratori che rischiano il posto
Ciro Fusco/Ansa
Jobs Act, quei collaboratori che rischiano il posto
Economia

Jobs Act, quei collaboratori che rischiano il posto

La riforma del lavoro di Renzi mira a ridurre i contratti precari. Ma potrebbe avere l'effetto opposto: la perdita di migliaia di occupati. Ecco perché

Cancelliamo i contratti precari. E' lo slogan accattivante con cui il premier Matteo Renzi, da qualche mese a questa parte, cerca di convincere l'opinione pubblica sulla bontà del suo Jobs Act, la riforma del lavoro che rende un po' più facili i licenziamenti ma che, nello stesso tempo, cerca anche di dare un colpo mortale a molti contratti ultra-flessibili, come le tanto vituperate collaborazioni a progetto (co.pro.). A volte, però, con le buone intenzioni si rischia di fare parecchi danni. E' proprio quello che potrebbe accadere con la prossima riforma del lavoro, se il governo deciderà di colpire con l'accetta e non con il bisturi molte collaborazioni a progetto esistenti in Italia.


Jobs Act, cosa non va


Questi contratti, è bene ricordarlo, sono oggi ampiamente utilizzati in certi settori e per certe attività in cui le assunzioni a tempo indeterminato sono per forza di cose un sogno proibito o comunque una prassi difficilmente estendibile a una vasta platea di lavoratori. Migliaia di collaboratori a progetto, per esempio, sono impiegati nelle ricerche di mercato, cioè per fare interviste e sondaggi al telefono o per la strada. E altre decine di migliaia di co.pro. vengono utilizzati per le campagne di telemarketing nei call center outbound, cioè per chiamare gli utenti e cercare di vendere qualche prodotto o servizio (un' attività un po' diversa rispetto a quella dei call center inbound, i quali gestiscono invece il servizio-clienti, cioè le chiamate in entrata, per conto delle compagnie telefoniche o delle utility).


La flessibilità che serve


Ora, visti i proclami del premier, sorge spontaneo un interrogativo: cosa ne sarà della pletora di co.pro. che svolgono tutte queste mansioni? Pensare che vengano assunti con un contratto stabile è una pura illusione, visto che il telemarketing o le ricerche di mercato hanno bisogno della flessibilità come i polmoni dell'ossigeno. Si tratta infatti di attività basate quasi sempre su orari di lavoro elastici, su commesse di breve periodo e su campagne temporanee organizzate dalle aziende per il lancio di un nuovo prodotto e un nuovo servizio. Non a caso anche i sindacati, mentre a parole si scagliano contro l'abuso del precariato, in molti casi si sono dati da fare per migliorare le condizioni di lavoro dei collaboratori a progetto e non certo per abolire i loro contratti.


Jobs Act, cinque cose da sapere


Nel novembre dell'anno scorso, per esempio, le sigle dei lavoratori temporanei di Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un accordo nazionale con Assirm, l'associazione di categoria degli istituti che fanno ricerche di mercato e sondaggi di opinione, i quali impiegano circa 20mila collaboratori in tutta Italia. Nell'intesa siglata, si prevede un aumento dei compensi minimi garantiti per i collaboratori, allineandoli a quelli previsti per il quarto e quinto livello del contratto collettivo del settore terziario. Inoltre, per gli intervistatori ci sarà un'indennità anche per i periodi di riposo e la possibilità di entrare in un database di nominativi, in cui le aziende del settore recluteranno i propri collaboratori, dando dunque la precedenza a chi ha già lavorato, in modo da garantirgli una certa continuità occupazionale.


Rischio-delocalizzazioni


“L’accordo raggiunto ha incontrato un ampio sostegno tra le parti sociali”, dice dice Umberto Ripamonti, presidente di Assirm, che ora lancia un allarme sui possibili effetti del Jobs Act. Lo scenario che potrebbe aprirsi, secondo Ripamonti, è infatti quello di una massiccia delocalizzazione all’estero di molte attività che, in questo settore, oggi generano invece ricchezza in Italia. “Non possiamo permettercelo”, dice ancora il presidente di Assirm, “e vogliamo ricordare al governo le migliaia di posti di lavoro di cui si sta parlando”.



Call Center, le ragioni dello sciopero di oggi


Il rischio di un'ondata di delocalizzazioni viene paventato anche da Paolo Sarzana, vicepresidente di Assocontact, l'associazione di categoria delle imprese che gestiscono i call center e che danno lavoro a oltre 30mila collaboratori a progetto, impiegati nelle attività outbound. “Per le aziende del nostro settore, è difficile poter svolgere certe attività senza il mantenimento di contratti flessibili”, dice Sarzana, che ricorda come gli iscritti ad Assocontact, negli anni scorsi, abbiano già assunto con un contratto a tempo indeterminato decine di migliaia di operatori inbound, cioè quelli che ricevono le chiamate. Nel caso dei telefonisti outbound che fanno campagne di marketing, invece, rinunciare a un contratto di lavoro con una retribuzione variabile è molto difficile per le aziende. Per questo tipo di attività, sottolinea infatti Sarzana, gli stessi gestori dei call center vengono pagati dai clienti in base ai risultati raggiunti e con delle commesse limitate nel tempo.

Anche Assocontact, come Assirm, ha siglato nei mesi scorsi un accordo con i sindacati che prevede un miglioramento delle condizioni di lavoro dei co.pro., stabilendo un compenso minimo di 4,88 euro all'ora, che dovrebbe salire a 7,9 euro entro il 2018, accompagnato anche da prestazioni di assistenza per i periodi di malattia e di gravidanza. “Siamo fiduciosi che il ministro Poletti, quando verrà approvato il testo definitivo del Jobs Act, ascolterà le nostre ragioni e terrà conto delle buone pratiche che abbiamo realizzato con l'accordo dei sindacati”, dice il vicepresidente di Assocontact. Altrimenti, senza la giusta flessibilità, molti posti di lavoro rischiano di andare a farsi benedire.

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