Iva sulle sigarette, lo Stato ci rimette 750 milioni
Iva sulle sigarette, lo Stato ci rimette 750 milioni
Economia

Iva sulle sigarette, lo Stato ci rimette 750 milioni

L’aumento dell’imposta rallenta i consumi di tabacchi e provoca una pesante contrazione del gettito fiscale

E’ uno di quei rischi, forse neanche tanto ben calcolati, che corre lo Stato quando decide di aumentare l’Iva, ossia l’imposta indiretta sui consumi: può capitare infatti che invece di ottenere un aumento del gettito fiscale, l’effetto cioè auspicato, si vada incontro ad una contrazione degli acquisti da parte dei consumatori e per questa strada addirittura verso un calo delle imposte incamerate. E’ esattamente quello che sta succedendo in questo periodo per il mercato delle sigarette e più in generale dei tabacchi.

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Un esempio classico di come aumentando le tasse, sperando di ottenere maggiore risorse, si possa causare invece un aumento dei prezzi di vendita con la conseguente fuga di una fetta consistente di clientela. Il risultato scellerato allora è un crollo sia dei consumi sia delle tasse annesse, con un danno doppio quindi, tanto per lo Stato, che però se l’è cercato, quanto per gli esercenti e per tutti gli operatori del settore che invece non hanno nessuna colpa. E a dimostrarlo ci sono numeri incontrovertibili.

Secondo gli ultimi dati disponibili, già nei primi otto mesi del 2013, i tabacchi hanno fruttato allo Stato 500 milioni di euro in meno rispetto all’anno precedente, un calo di portata storica, visto che si è realizzato per la prima volta in assoluto nella storia. Ma ora l’arrivo della nuova aliquota Iva farà il resto, visto che le stime per la chiusura dell’anno parlano di un buco per le casse erariali da 750 milioni. Il recente aumento dell’imposta sui consumi  impatterà infatti sui prezzi per una percentuale stimata intorno al 5%, ossia ben 5 volte superiore a quella di tutte le altre categorie merceologiche. I tabacchi pagano infatti l’Iva anche sulle accise, una sorta di tassa sulle tasse cioè, con un effetto moltiplicatore che si ripercuoterà sui prezzi di vendita in maniera molto pesante.

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E quel che più sorprende è che, come spesso accade, la storia nulla insegna, visto che un effetto simile si era già registrato nel settembre del 2011. Allora infatti un punto di Iva in più fece salire i prezzi di 30 centesimi a pacchetto (un secco +5%) causando un crollo del mercato dell’8% nell’anno successivo, e un mancato gettito per le casse pubbliche di un altro sostanzioso 8%. Un danno che dunque promette di ripetersi, con effetti futuri dirompenti, visto che ai 750 milioni di mancati oneri del 2013, si potrebbe aggiunge un buco da un miliardo di euro stimato per il 2014. E pensare che stiamo parlando di un comparto come quello del tabacco che ogni anno partecipa alla voce "entrate dello Stato" con più di 11 miliardi di euro.

Tra l’altro nel caso delle sigarette non si può non evidenziare che un ulteriore colpo ai consumi verrà certamente portato dal contrabbando, che spesso si alimenta proprio della fuga di clienti dal mercato legale. Solo nel 2012, in Italia, la vendita illegale di bionde ha pesato tra l’8 e il 9% dei consumi totali, con una perdita per lo Stato di 1,3 miliardi di euro.

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Ovvio dunque immaginare quale sia lo stato di allarme che circola all’interno dell’intero mondo produttivo che ruota intorno al tabacco in Italia. Parliamo infatti di circa 50mila addetti nel settore industriale, di 110mila soggetti impiegati nelle tabaccherie e di qualche altro migliaio di agricoltori. Tutti lavoratoti che in questo momento guardano dunque al proprio futuro occupazionale con grande apprensione. 

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