Ilva e Melfi, cassa integrazione e paralisi al sud
Ilva e Melfi, cassa integrazione e paralisi al sud
Economia

Ilva e Melfi, cassa integrazione e paralisi al sud

Il rallentamento della produzione nei due siti bloccherà circa il 30% delle economie locali

“Saranno 24 mesi di lacrime e sangue”. Non usa mezzi termini Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, il sindacato dei metalmeccanici della Uil, per descrivere le conseguenze che potranno esserci dopo l’avvio della cassa integrazione all’Ilva di Taranto e alla Fiat di Melfi. Stiamo parlando infatti dei due stabilimenti industriali più grandi di tutto il Mezzogiorno e che hanno un valore quanto mai strategico per entrambe le realtà territoriali in cui si collocano. Se in più si aggiunge che tutto accade nel contesto di una crisi che continua a mordere il freno si può capire ancora meglio quello di cui stiamo parlando.”Su tutto il Sud potranno esserci effetti devastanti – attacca Palombella – che il governo neo-eletto si ritroverà fin dal primo giorno sul tavolo. Qui infatti c’è il rischio che il rallentamento della produzione in questi due siti faccia ulteriormente precipitare la situazione del Mezzogiorno, vanificando tutti gli sforzi fatti finora”.

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E d’altronde i numeri che raccontano di questo duplice colpo alle economie di Taranto e della Basilicata sono emblematici. “L’Ilva conta circa 11.500 addetti – fa notare Palombella – e di questi, nelle punte massime di cassa integrazione, almeno 6.500 resteranno a casa. La produzione del sito scenderà gradualmente dalle attuali 30mila tonnellate di acciaio al giorno a 10mila, ossia un calo brusco di un terzo”. Il tutto per permettere che vengano investiti circa 2,5 miliardi di euro, che dovranno servire a bonificare l’azienda e a renderla conforme alle norme ambientali. Intanto però le conseguenze saranno micidiali. Perché insieme a circa la metà dei lavoratori dell’Ilva, si fermeranno anche gran parte di quelli che lavorano attraverso appalti esterni, per non parlare di tutto l’indotto, rappresentato innanzitutto dal porto e poi dai trasporti e dai fornitori, solo per citare i casi più eclatanti. “E’ difficile dare dei numeri – sottolinea Palombella – ma stimo che circa un terzo dell’economia tarantina si fermerà”.

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Per ragioni diverse, non legate a emergenze ecologiche, ma a causa di un mercato dell’auto che continua a non dare segni di risveglio , anche a Melfi scatterà la cassa integrazione per circa 5.500 operai. “Qui potrà accadere – dice Palombella – che per alcuni periodi anche tutti i dipendenti verranno lasciati a casa. Anche se bisogna aggiungere che, nonostante la cassa integrazione, una delle due linee di montaggio continuerà a funzionare per produrre la Punto. Una consolazione però minima se si considera che in media lo stipendio di un cassintegrato pesa il 40% in meno di quello di un operaio a stipendio pieno”. E anche in Basilicata dunque gli effetti non potranno che essere pesantissimi sull’economia locale. Anche qui è i fare delle stime, ma di sicuro tra indotto e fornitori, saranno in tanti a dover mettere in conto due anni di sacrifici.

“L’unica consolazione – aggiunge Palombella – è che l’economia lucana è meno dipendente dalla Fiat di Melfi, visto che lo stabilimento esiste da poco. Diversa è la situazione di Taranto dove invece i 45 anni di storia dell’Ilva hanno fatto sì che l’economia locale si sviluppasse in strettissima connessione con le acciaierie”. In questo scenario di profonda preoccupazione, il segretario generale della Uilm riesce però ad intravvedere anche qualche filo di speranza. “In entrambi i contesti – fa notare Palombella – si rallenta la produzione con l’assicurazione però che si riprenderà a pieno regime e con prospettive di lunga gittata. E la conferma tra l’altro arriva anche dal fatto che né l’Ilva e tantomeno la Fiat abbiano annunciato esuberi”. Pensare dunque che questi siti produttivi chiuderanno non è assolutamente all’ordine del giorno, anche perché una prospettiva del genere sarebbe ancora una volta funesta per il Sud. “Chiudere stabilimenti di questo tipo al Nord sarebbe infatti un problema – conclude Palombella – farlo nel Mezzogiorno diventerebbe un dramma”.

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