Ilva, Bruxelles ora tenta il rilancio
Ilva, Bruxelles ora tenta il rilancio
Economia

Ilva, Bruxelles ora tenta il rilancio

Il 5 giugno l’Unione vara il piano d’azione sull’acciaio

Se a Taranto la disputa giudiziaria sull’Ilva «rischia di uccidere l’acciaio made in Italy» (parola del ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato), a Roma si prova a fare asse con altri stati europei per rilanciarlo. In realtà il nuovo «action plan» per la siderurgia, che sarà presentato a Bruxelles il 5 giugno, ha un’ambizione più grande: dotare per la prima volta l’Unione di una politica industriale comune, portando le produzioni manifatturiere del Continente a quota 20 per cento del pil entro il 2020. Lo scopo? Ridare fiato al settore dell’acciaio, che sta alla base della maggior parte delle lavorazioni ma oggi è schiacciato tra il calo della domanda interna e la concorrenza asiatica e russa. Ovvio che il dossier susciti grandi aspettative in Italia, dove a seguirlo da vicino sono soprattutto il commissario Ue all’Industria Antonio Tajani e il presidente della Federacciai Antonio Gozzi. Il nostro Paese, secondo produttore europeo dopo la Germania, nel 2012 ha scontato una sovracapacità da 15 milioni di tonnellate, pari a quasi il doppio di quanto sfornato a Taranto. Il caso Ilva, insomma, è la spia di problematiche più estese: congiuntura negativa, costi energetici, proprietà familiari che ostacolano le aggregazioni, riluttanza a finanziare investimenti ambientali inderogabili per non rimanere fuori dal mercato. La bozza finale dell’action plan (che conta sul sì preventivo di Italia, Francia, Belgio, Polonia e Austria) proverà a dare risposte concrete: defiscalizzazioni per fusioni e riconversioni «green», riduzione obbligata delle emissioni nociveagevolazioni per le imprese manifatturiere che utilizzeranno forniture domestiche. Basterà? Un precedente confortante esiste, è quello del primo piano siderurgico europeo datato 1981: allora il visconte belga e commissario Étienne Davignon impose un drastico (e doloroso) taglio della capacità produttiva. Quel progetto, nel decennio successivo, portò al lento e ordinato smantellamento degli impianti siderurgici europei più piccoli e antieconomici, dando nuovo slancio competitivo alle realtà rimaste. (G.F.)

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