Tutte le tasse del Governo
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Economia

Tutte le tasse del Governo

Le sigarette elettroniche, il caffè al distributore, le polizze vita. E poi accise, bolli, l’Iva. Tutti gli aumenti di un governo che voleva ridurre l’imposizione fiscale

Le microtasse sono come il prezzemolo: vanno bene su tutto. Il presidente del Consiglio Enrico Letta lo sa così bene che le ha sparse un po’ ovunque. Ma in quantità spesso così modesta che non se ne sente il sapore, solo il profumo, proprio come il prezzemolo, che non deve soverchiare il gusto, ma esaltarlo. Non sempre riesce: a volte si è fatto prendere la mano e ha rovesciato sui conti delle famiglie italiane delle stangate impossibili da digerire.

Tra le microtasse rientra un grande classico del fisco italiano: l’aumento del costo dei bolli. Quelli che prima costavano 1,81 euro adesso ne costano 2 e quelli che prima costavano 14,62 adesso ne costano 16. Più fantasioso è stato l’aumento dell’Iva, dal 4 al 10 per cento, sui prodotti alimentari venduti dai distributori automatici che rende più costosa non solo la pausa caffè in uffici e scuole, ma mette a rischio la sostenibilità economica dei negozi di strada che funzionano solo con macchine automatiche che distribuiscono alimenti anche quando tutti gli altri negozi sono chiusi.

Altrettanto fantasiosa è la supertassa che Letta ha imposto agli italiani che volevano smettere di fumare, eventualità che avrebbe fatto diminuire l’incasso dello Stato dall’Iva sulle sigarette. Per evitarlo il governo ha aumentato le tasse su quelle elettroniche, con la conseguenza che chi oggi ne compra una versa il 58,5 per cento del prezzo allo Stato che è riuscito dove nessuno aveva osato: tassare il vapore acqueo.

Un po’ di prezzemolo fiscale è caduto anche sull’editoria: da giugno l’Iva sui prodotti collaterali allegati alle riviste è quintuplicata, passando dal 4 al 21 per cento. La tempistica non è casuale perché è proprio prima delle vacanze che si allega la maggior parte di gadget, come per esempio pistole ad acqua, palette e secchielli. Quest’anno, cioè, costruire castelli di sabbia è costato di più.

Non poteva mancare un altro sempreverde della politica fiscale italiana: l’aumento delle accise sui carburanti. Letta non si è sottratto dal dare il proprio contributo all’aumento dei prezzi e così ha deciso che dall’anno prossimo l’accisa aumenterà in una misura tale da dover garantire 75 milioni di euro di maggiore incasso. Per finanziare, poi, gli investimenti nel settore scolastico aumentano anche altre imposte come quella di registro, che passa da 168 a 200 euro, su una quantità enorme di atti pubblici, compresi quelli riguardanti il passaggio di proprietà degli immobili (tranne la prima casa, per la quale cala). Ma per raggiungere i 400 milioni di cui ha bisogno l’istruzione questo aumento non basta, così, dopo sigarette (elettroniche) e benzina, aumentano anche le tasse sugli alcolici, con l’effetto di fare di un bicchiere di liquore lo sponsor della connessione internet in un liceo.

Non che sia sbagliato dotare le scuole italiane di collegamenti wi-fi, o reintrodurre le borse di studio per gli istituti musicali, ma il fatto è che il governo dovrebbe avere ancora da qualche parte il ponderoso e minuzioso studio preparato lo scorso anno dal sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani. Ceriani individuò la bellezza di 720 fra sconti, deduzioni e detrazioni fiscali che valgono ogni anno un mancato incasso da parte dello Stato di 260 miliardi, 83 dei quali definiti «intoccabili». Quel rapporto, insieme a quello di Piero Giarda sulla spending review o a quello di Francesco Giavazzi sugli incentivi alle imprese, deve essersi perso perché, quando si è trattato di tagliare sconti fiscali (e qui ci addentriamo nelle vere e proprie stangate), Letta è andato giù con l’accetta puntando sulle polizze vita. Il governo ha infatti ridotto le detrazioni, che passano da 1.291,14 a 630 euro, violando, come se non bastasse, lo statuto del contribuente che impone (imporrebbe) di non cambiare le regole fiscali retroattivamente, mentre invece la mossa sulle polizze vita riguarda questo anno fiscale. Per il prossimo le detrazioni scenderanno ancora a 230 euro. Praticamente azzerate.

Poi, benché sia stato ripetuto fino alla noia che il problema dell’Italia è la crescita (prevista al -1,8 per cento quest’anno), il governo Letta ha esteso la Robin tax alle imprese energetiche che fatturano più di 3 milioni, che pagheranno un’aliquota Ires del 38 per cento rispetto al precedente 27,5 per cento. E lo fa proprio nel momento in cui non solo i consumi energetici sono tornati al livello degli anni 90, ma soprattutto mentre ci sono almeno quattro raffinerie in Italia che rischiano di chiudere per mancanza di domanda.

Oltre alla Robin c’è anche la Tobin tax. In questo caso il governo Letta ha completato l’opera del governo Monti e ha applicato, dal 1° settembre, una tassa sulle transazioni finanziarie sui titoli derivati che si affianca a quella, operativa dal 1° marzo, su azioni e obbligazioni. A essere penalizzati maggiormente sono gli operatori esperti nell’high frequency trading, quelli che comprano titoli sui mercati e nel giro anche di pochi decimi di secondo li rivendono lucrando spesso pochi centesimi che, moltiplicati per migliaia di operazioni giornaliere, fanno cifre anche molto consistenti. Il fatto è che nessun umano è in grado di svolgere queste operazioni, infatti le fanno i computer in base a particolari algoritmi. Ma, sostengono gli esperti, basta modificare gli algoritmi per evitare di compiere operazioni che ricadano sotto la nuova tassa.

Questo, unito al fatto che le transazioni sulla borsa di Milano sono in calo del 10 per cento da quando è stata introdotta la Tobin tax, fa pensare che il miliardo di maggiori introiti fiscali previsto per il 2013 sia uno dei tanti buoni propositi di cui è lastricata la strada fiscale italiana.

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