Economia

Golden Share, le azioni che danno poteri speciali. E che non piacciono all’Europa

C’è da scommetterci che a Paperon de’ Paperoni, il mitico personaggio Disney nato dalla matita di Carl Barks nel 1947 e diventato negli anni sinonimo di riccone avaro e spaccone, la “golden share” piacerebbe un sacco. Se non altro per …Leggi tutto

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C’è da scommetterci che a Paperon de’ Paperoni, il mitico personaggio Disney nato dalla matita di Carl Barks nel 1947 e diventato negli anni sinonimo di riccone avaro e spaccone, la “golden share” piacerebbe un sacco. Se non altro per il nome: “azione d’oro”, appunto. Peccato che alla Commissione europea non la pensino come lui. E siano pronti a deferire l’Italia alla Corte di Giustizia Ue per una norma considerata dai tecnocrati di Bruxelles incompatibile con i principi del mercato unico. La data era fissata per  giovedì 24 novembre. Ma, a quanto pare, ci concederanno un mese di tempo per adeguarci. Ma cos’è questa golden share?

È un cavillo, utilizzato nei processi di privatizzazione delle aziende a partecipazione statale, che riserva al Governo poteri speciali di veto anche sulla vendita della società. In altre parole: lo Stato mette sul mercato i suoi pezzi migliori per fare cassa, ma si riserva il potere di intervenire nel caso i nuovi soci facciano qualcosa a lui non gradita.

Sotto l’ala protettiva della «golden share» ci sono settori strategici quali difesa, energia, telecomunicazioni. Nel nostro ordinamento è stata introdotta nel 1994, proprio ai tempi delle prime privatizzazioni. E ora? Siamo a un bivio. O meglio: il neo-premier Mario Monti lo è. Lui, da par suo, vorrebbe abolirla. Se non altro per “coerenza”, una delle tre parole chiave del suo discorso di insediamento, diventato un mantra per chi campa di satira (le altre sono: «sobrietà» e «rigore»).

Il motivo? Fu proprio Monti, nei panni di Commissario al mercato interno, integrazione finanziaria e fiscalità, il primo a ordire una levata di scudi contro questa norma. Esortando i singoli Stati membri a vietarla o quanto meno a ridurne all’osso il ricorso. Questione di concorrenza, manco a dirlo. Era il 1994. Attenzione, però. Se la «golden share» dovesse essere abolita ora il rischio che i gioielli nazionali finiscano in mani altrui e perdipiù a prezzi stracciati, visti i chiari di luna dei mercati, è concreto. Ma forse il benestare dell’Europa di questi tempi conta di più. O no?

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