Friedman: crisi, tasse e libertà
Friedman: crisi, tasse e libertà
Economia

Friedman: crisi, tasse e libertà

Sono passati cento anni dalla nascita dell’economista che ha "salvato" il capitalismo. Ecco perchè il suo messaggio non perde attualità

“Uno fra gli errori più grandi è giudicare le politiche e i programmi più per le loro intenzioni che per i loro risultati”. In Milton Friedman, di cui il 31 luglio ricorreva il centenario della nascita, c’era molto di più di un economista. Figlio di due ebrei emigrati negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, il futuro Premio Nobel (il riconoscimento arriva nel 1976) ha dimostrato uno spirito di osservazione raffinato, un linguaggio pungente e ironico. Ma anche un’intelligenza vivace accompagnata da un immancabile sorriso, un binomio che gli permette di rendere comprensibili i complessi meccanismi dell’economia anche all’uomo della strada.

Studente di talento si diploma prima di compiere sedici anni, nel 1928. Alla Rutgers University si specializza in matematica ed entra in contatto con le idee di professori come Arthur Burns e Homer Jones. Gli studi sui cicli economici e le analisi macroeconomiche del primo e le ricerche sul monetarismo del secondo danno man forte alla sua principale teoria: le scelte di politica economica possono contribuire a porre fine alla crisi.

Come ebbe a dire più tardi: “La Grande Depressione, come molti altri momenti di grave disoccupazione, è stata prodotta dalla cattiva gestione del governo e non da instabilità insite nell’economia privata”. Impegnato sostenitore del taglio delle tasse - “in qualsiasi circostanza, con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che sia possibile”, per usare la sua formula – Friedman sintetizza nel titolo di un libro l’essenza del suo pensiero riassunto in Liberi di scegliere pubblicato nel 1980.

Fieramente convinto della libertà dell’individuo e paladino dello studio, Friedman occupa posizioni speculari a quelle di Keynes e Galbraith. “Una società che mette l’uguaglianza prima della libertà non otterrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza otterrà un alto grado di entrambe”. Una visione che ha affascinato e influenzato personalità come Margaret Thatcher, Alan Greenspan, Ben Bernanke.

A chi difende un approccio meno orientato al mercato, Friedman risponde che l’assenza di fiducia nei confronti del libero mercato nasconde, in realtà, una mancanza di fede nella libertà. “C’è solo una responsabilità sociale del business: usare le risorse e impegnarsi in attività destinate ad accrescere i profitti a patto di restare dentro le regole del gioco. Ovvero partecipare a una competizione libera da frodi e raggiri”.

Ecco, se non fosse scomparso nel 2006, in questi giorni Friedman avrebbe senz’altro ribadito con rigore quest’ultima postilla.

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