Economia

Flexsecurity, la riforma del lavoro che fa nascere i “flessicuri”

Il single? Flessibile. Per definizione. Si adatta a ogni situazione. Salta di qua e di là, solo com’è. A volte anche per disperazione. Il fidanzato/sposato? È stabile. Sicuro. Saldo sulle proprie posizioni. Almeno apparentemente. Ma presto tra il “flessibile” e …Leggi tutto

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Il single? Flessibile. Per definizione. Si adatta a ogni situazione. Salta di qua e di là, solo com’è. A volte anche per disperazione. Il fidanzato/sposato? È stabile. Sicuro. Saldo sulle proprie posizioni. Almeno apparentemente. Ma presto tra il “flessibile” e il “sicuro”, con i loro pro e contro, ci sarà una nuova categoria: il “flessicuro”. O come l’ennesimo inglesismo vuole: il “flexsecure”.

Magari non nei sentimenti, intendiamoci. Ma sul fronte lavorativo sì. Parola del premier Mario Monti e del suo ministro per il Welfare Elsa Fornero. Per loro la strada della flex-security di stampo danese è quella maestra per la non più rimandabile riforma del mercato lavoro. Motivo? Combina la tanto acclamata flessibilità (soprattutto in uscita) con una rete adeguata di protezione.

Sussidi alla disoccupazione, dunque. Ma anche formazione tagliata su misura per chi perde il lavoro e deve ricollocarsi al meglio. “Puntiamo alla sicurezza legata non al mantenimento di un dato posto di lavoro, ma alla sicurezza del lavoratore” sta ripetendo Monti come se fosse un “mantra”. Fantastico, si direbbe.

I datori di lavori, pubblici o privati che siano, potrebbero liberarsi di risorse non strategiche o semplicemente poco o per nulla produttive (ce ne sono in ogni realtà, e pure parecchie!). I lavoratori persino quelli poco produttivi (o forse nel caso rischiassero qualcosa deciderebbero di lavorare?) avrebbero la possibilità di rivedere e correggere le proprie competenze convolando a giuste nozze con un altro datore di lavoro.

E il tasso di disoccupazione, che tra i 14-25enni italiani fa spavento, superando il 30%, scenderebbe. Danimarca, docet. Appunto. È tra i Paesi Ue con meno “nullafacenti” in assoluto. Persino in tempi di “crisissima”. Il tasso di disoccupazione 2010 si è attestato al 7,6%.

Un punto in meno rispetto a quello made in Italy. E ancora: un terzo dei danesi cambia impiego ogni anno e se si ritrova “a terra” riscuote un assegno di disoccupazione pari al 70-90% circa del proprio stipendio. Con una particolarità: ha l’obbligo di ricollocarsi e nel caso rifiuti un certo numero di offerte il sussidio si azzera.

Il rovescio della medaglia? Il sistema costa tanto, tantissimo. E a pagarlo sono tutti. Non a caso la pressione fiscale è la più alta dell’intero Ocse ed è pari al 48,2%. In Italia è del 43,5%. Per ora. Altro problema. Tutto nostrano stavolta. Perché la flex-security possa avere efficacia va rivisto lo Statuto dei Lavoratori e in particolare l’ormai mitico articolo 18. E, neanche a dirlo, i sindacati sono sulle barricate. Che sia una chimera?

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