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Economia

Come sarà la Fiat Chrysler nel dopo-Marchionne

Il gruppo automobilistico perde un leader con la capacità di negoziare e disegnare strategie.  I timori della comunità finanziaria

Il suo addio alla carica di amministratore delegato di Fiat-Chrysler Automobiles (Fca) era in calendario per il 2019 ed era programmato da tempo. Ma l’uscita di scena anticipata di Sergio Marchionne, causata dal precipitare improvviso delle sue condizioni di salute, sembra aver lasciato un grande vuoto e aver colto di sorpresa la comunità finanziaria internazionale. Non a caso, nella giornata del 23 luglio, le azioni del gruppo Fca hanno registrato a Piazza Affari un calo di un punto e mezzo percentuale dopo aver sfiorato una flessione del 2%, mentre a Wall Street hanno ceduto l'1,76%.

Ancor peggio sono andati i titoli di quella che viene definita la galassia Agnelli, cioè l’insieme di società che fanno capo, direttamente o indirettamente,  alla nota dinastia industriale torinese: Ferrari ha perso il 4,9%, la finanziaria Exor il 3,2% e  Cnh  l’1,7%. Poco importa se alla guida di Fca è stato subito nominato Mike Manley, un manager interno al gruppo che era già da tempo indicato come uno dei papabili successori di Marchionne. Manley è infatti attualmente alla guida dei marchi Jeep e Ram, da cui deriva ben il 60% dei ricavi di tutta Fiat Chrysler.

Il giudizio degli analisti

Nonostante la caratura elevata del successore di Marchionne, gli investitori di borsa hanno comunque voltato le spalle per un giorno alle azioni di Fca e delle società collegate, soprattutto dopo la notizia delle dimissioni di Alfredo Altavilla, altro manager interno al gruppo che era il principale rivale di Manley per la salire alla carica di amministratore delegato.

Ma perché la businesscommunity internazionale ha guardato con tanta preoccupazione al dopo Marchionne? Anche se l'avvicendamento ai vertici di Fca era già in agenda ed è stato solo anticipato di 12 mesi, le case d'affari hanno una dato una loro spiegazione ai ribassi del titolo. Per gli analisti di Mediobanca, ad esempio, il mercato si aspettava probabilmente che Marchionne, prima di lasciare il campo al suo successore nel 2019, fosse il regista di un'ultima operazione di fusione o di un'alleanza con un grande gruppo internazionale dell'auto.

Il gran negoziatore

Per mettere in cantiere un affare del genere, ci sarebbero volute proprio le qualità di Marchionne, definito dagli analisti di Equita Sim un “grande negoziatore”, un uomo capace in 15 anni di gestire con maestria il divorzio di Fiat dagli ex soci di General Motors e l'acquisizione della statunitense Chrysler con l'appoggio dell'amministrazione Obama.

Ora, nonostante il curriculum coi fiocchi, Manley dovrà dimostrare di che pasta è fatto, gestendo un piano industriale, quello che va dal 2018 al 2022, che prevede ben 45 miliardi di euro di investimenti, di cui quasi un terzo in nuovi prodotti. Intanto, si parla di un possibile disimpegno dell'azionista di maggioranza Exor, la holding finanziaria della famiglia Agnelli, oltre che di una grande alleanza tra Jeep, il marchio di punta del gruppo, e la coreana Hyundai. Tutti passaggi delicati per i quali in molti sperano appunto di non dover rimpiangere i colpi da maestro di Sergio, il gran negoziatore.

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