Fallimento delle banche: chi paga il conto?
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Fallimento delle banche: chi paga il conto?
Economia

Fallimento delle banche: chi paga il conto?

Per ora i cittadini. Ma forse va rimesso in discussione il modello economico di riferimento finora fallimentare

Qualcuno afferma che il sistema bancario sia malato. Qualcun altro arriva a sostenere che sia malato solo quello italiano. Già in passato, trattando del tema stress test, ho documentato come la seconda affermazione sia di parte e non veritiera. Quanto alla prima affermazione, io affermo che sia parimenti di parte e non veritiera.

Lo so anche io che sono andate in malora le banche, nell’ultimo anno. E da quando, poco più di un anno fa, abbiamo assistito alla crisi di quattro banche locali – a proposito, qualcuno mi spiega perché in certi casi di salvano i risparmiatori e in altri no? – e cioè Banca Popolare dell’Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche, il conto sul sistema bancario è stato salato. Quel conto si è aggravato, e di molto, con la crisi delle due banche venete, (Veneto Banca e Popolare Vicenza). Complessivamente si stima che quel conto, spalmato sia sul Fondo di Risoluzione sia sul Fondo Atlante, raggiunga un totale di circa 10 miliardi di euro: una cifra folle.

E, sia ben chiaro, il fondo è vuoto: abbiamo raschiato il barile.

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Ma vi pare normale che le due banche venete avessero un portafoglio crediti di circa 44 miliardi di euro, il cui 22% bloccato tra sofferenze e incagli, per un valore di credito malato di quasi 10 miliardi? A me pare che la Banca d’Italia, anche in questo caso, abbia svolto in modo "allegro" il suo ruolo doveroso di controllo.

E ora, quel che più mi preoccupa, è la piega che hanno preso gli eventi. Dopo i malumori espressi dal sistema bancario nel versare contributi al Fondo di Risoluzione, ecco che il Governo italiano trova i 20 miliardi pubblici necessari al salvataggio di MPS (e non solo).

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Dei terremotati al freddo importa meno; le priorità del Governo sono altre.

Quindi, due considerazioni.
La prima è che, dopo i problemi emersi con la logica del Bail In (pagano i risparmiatori truffati), si sta tornando verso una logica di Bail Out (paga lo Stato, Pantalone). Il che, se ci pensate, è un follia. Come se non si potesse uscire dalla logica del Bail, cioè del salvataggio. Ma chi lo ha scritto che le banche private vanno salvate? Anche qui, sia ben chiaro; so benissimo qual è il problema sociale e il ruolo delle banche nel sistema.

Ma allora, perché non torniamo a parlare di banche commerciali a controllo pubblico e banche finanziarie libere di speculare in borsa? Non è un tema originale e attuale; fu la scelta che consentì di uscire dal disastro del 1929 e di avere decenni di progresso economico e sociale.

La seconda riguarda il dogma indiscutibile del "Pensiero Unico" in Economia. Il nostro Presidente della Repubblica, nei giorni delle nevicate e delle nuove scosse, si recava ad omaggiare l’Unione Europea sul “rigore del bilancio” e sul “controllo dei conti pubblici”. Insomma, la solita ricetta neoliberista causa prima del fallimento delle imprese private. Non da oggi, ma da vent’anni, da quando cioè, nel 1997 abbiamo iniziato le procedure per l’ingresso nell’euro.

Che c’entra? – chiederà qualcuno. È il nocciolo del problema. È inutile buttare altri fondi pubblici (i vostri soldi, prelevati dalle tasse) per salvare le banche. Si tratta di continuare a dare l’aspirina a un malato terminale. E quel malato non è il sistema bancario, ma quello economico. Sarà il caso che qualcuno cominci a dire a chiare lettere che, al di là dei casi di malaffare, se tutto il sistema bancario è in sofferenza è dovuto al crollo dell’economia.

Se le banche saltano è perché i crediti sono marci. E i crediti sono marci perché le imprese non vanno bene, dato che il sistema economico a cambi fissi, a marcia euro, con un pensiero unico neo liberista, da vent’anni, con i “tagli e sacrifici” ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti.

Allora, invece di far pagare il conto delle banche ai cittadini, dicendo che il sistema bancario va difeso, non sarebbe il caso di discutere l’origine del problema, e cioè il modello di economia?

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