Economia italiana: i 5 punti critici
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Economia italiana: i 5 punti critici
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Economia italiana: i 5 punti critici

Nessuna procedura per squilibri, ma la Commissione Europea evidenzia la nostra debolezza. Dalle banche all’istruzione, ecco cosa non va

È una promozione che sa di bocciatura, quella che la Commissione europea ha dato alla Legge di stabilità italiana. Se è vero che non è stata aperta alcuna procedura per squilibri macroprudenziali, è altrettanto vero che non sono pochi i rischi che corre l’economia italiana, troppo vulnerabile agli shock esogeni ed endogeni. Dal sistema bancario all’istruzione, non sono poche le debolezze che il governo di Matteo Renzi dovrà tenere d’occhio.

Il Pil

Prima di tutto, il Prodotto interno lordo (Pil). È tornato ai livelli dei primi Anni duemila, mentre il Pil dell’euro area ha fatto registrare un balzo in avanti di più di dieci punti percentuali. Nel caso dell’Italia, Bruxelles ha notato che la crescita della produttività è troppo bassa, fattore che si ripercuote in modo negativo sia sul debito pubblico, che resta elevato, sia sulla debolezza della competitività con il resto del mondo. È vero, le riforme strutturali, sia quelle già adottate sia quelle in cantiere, possono ridurre il rapporto fra debito e Pil, che è dato al 133% a fine 2015, ma bisogna fare in fretta. A rischio, spiega la Commissione, c’è la sostenibilità del debito pubblico italiano. Più l’economia è fragile e poco competitiva, più il Paese faticherà a ritornare ai livelli pre-crisi, se mai ci tornerà.

Il debito

Il fardello del debito, per l’appunto, resta la seconda minaccia individuata dalla Commissione Ue. O meglio, come spiegano i funzionari di Palazzo Berlaymont, l’indebitamento rappresenta “la maggiore fonte di vulnerabilità, specie in un contesto di protratta crescita debole”. Ciò che è servito a evitare che il debito italiano diventasse insostenibile sono stati due fattori su tutti. Da un lato, l’aggiustamento fiscale compiuto fra 2012 e 2014. Vale a dire, riduzione di parte della spesa pubblica, riforma della previdenza e razionalizzazione della pubblica amministrazione. Dall’altro, tutte le iniziative della Banca centrale europea (Bce) che hanno migliorato le condizioni sui mercati obbligazionari. Tuttavia, ricorda la Commissione europea, la chiave per rendere sostenibile il debito pubblico italiano è una combinazione di tre fattori: un consolidamento fiscale orientato alla crescita, una crescita nominale più elevata che in passato, l’adozione di tutte le riforme strutturali promesse. Senza di questo mix virtuoso, l’Italia resterà ostaggio del proprio indebitamento ancora per molto tempo. È positivo, invece, che l’Italia sia diventata un prestatore netto rispetto alle altre economie, ma anche in questo caso, c’è un’ombra poco piacevole su Roma. “Questo non renderebbe l’Italia immune in caso di un’inversione dei flussi degli investimenti esteri come accaduto a metà 2011”, dice la Commissione. Inoltre, sembra paradossale, ma l’autarchia sulla detenzione delle obbligazioni governative italiane è un vantaggio in questo caso. Dice la Commissione che è “da considerarsi un elemento che fa da scudo agli eccessi di volatilità sui mercati internazionali anche il fatto che i titoli di Stato siano in mano in prevalenza (circa 60%) a investitori nazionali”. L’autarchia, tuttavia, può essere un boomerang se il Paese perde la credibilità verso gli investitori internazionali e va sotto pressione sui mercati. Più ci sono titoli di Stato nelle banche italiane, più esse sono esposte.

La competitività

C’è poi il capitolo sulla competitività, da sempre uno dei punti dolenti del Paese. “Non è ancora migliorata in maniera significativa”, dice Bruxelles. Colpa di una produttività troppo bassa, che spinge in alto il costo unitario del lavoro più che negli altri Paesi. Su questo versante, una delle caratteristiche principali dell’economia italiana è considerata come limitante, l’estrema settorialità della produzione industriale. “La specializzazione sui prodotti e l’alta percentuale di piccole imprese con una debole posizione competitiva nei mercati internazionali possono ulteriormente ostacolare la competitività del Paese”, avverte la Commissione Ue. In altre parole, non sempre la ricerca dell’estrema qualità paga sotto il profilo internazionale.

Le banche

Sul versante bancario, la Commissione non poteva far altro che ripetere quanto scritto e detto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) a più riprese. La crisi ha messo in luce quanto sia vizioso il circolo fra banche e debito pubblico. Più gli istituti di credito detengono bond governativi domestici, più si espongono alle fluttuazioni, più riducono la capacità di finanziamento verso il settore privato. Pesano i Non-performing loan (Npl), i crediti dubbi da riscuotere, che continuano a crescere e pesare sui bilanci. A oggi, dice la Commissione, siamo al 27% del totale dei prestiti erogati. Una cifra che non migliorerà fino a quando il settore bancario non avrà ultimato il suo rinnovamento, basato su razionalizzazione e disintermediazione.

Gli investimenti

Infine, il quinto e ultimo elemento di debolezza, gli investimenti. Che si parli di investimenti diretti esteri o che si tratti di investimenti domestici, poco cambia. La crisi ha aggravato la qualità generale degli stessi, con un deterioramento che dura ormai da anni. Come ricorda la Commissione europea, a oggi gli investimenti produttivi in Italia sono un punto percentuale e mezzo sotto la media europea, se guardiamo la comparazione con il Pil. Traduzione: si è passati da un livello del 21,6% del Pil fatto segnare nel 2007 al 17,8% del Pil del 2013, mentre la media europea si attesta al 19,3 per cento. In termini nominali, gli investimenti governativi sono calati del 18% nell’orizzonte temporale compreso fra il 2008 e il 2013. Troppo poco se si vuol pensare di rilanciare il Paese tramite questo aspetto.

Gli altri nodi

Ci sono poi gli altri settori che, sebbene non rientrino a pieno titolo nella categoria macroeconomica, rappresentano comunque un punto dolente per l’intero Paese. E quindi troviamo un sistema giudiziario che penalizza l’imprenditorialità, la mancanza di competizione nel mercato dei prodotti, i gap infrastrutturali, il livello troppo basso di investimenti in ricerca e sviluppo, un sistema di tassazione inefficiente e un sistema educativo che continua a soffrire. L’Italia avrà anche evitato la bocciatura nel breve termine, complice un surplus primario significativo, il rispetto dei vincolo del 3% del deficit e l’adozione di alcune riforme. Ma il percorso per diventare un Paese virtuoso, attrattivo e sostenibile è ancora lungo.

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