Ecco perché la Grecia è nelle mani della Bce
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Economia

Ecco perché la Grecia è nelle mani della Bce

I depositi continuano a volar via dalle banche: 20 miliardi in due mesi. E Francoforte dà un supporto. Ma senza un accordo, la situazione peggiorerà

La Banca centrale europea teme per il futuro della Grecia. Si può leggere in questo modo la decisione, riportata da Handelsblatt, di incrementare la quantità di liquidità a cui possono avere accesso le banche greche, da 60 miliardi di euro a 65 miliardi. Il tutto tramite la sua stampella di sostegno, l’Emergency liquidity assistance (Ela), un programma emergenziale di fornitura di liquidità che ha molti vincoli e molti rischi. Rischi che però non vengono ripartiti all’interno dell’Eurosistema, bensì solo sulla banca centrale nazionale che ha chiesto l’utilizzo dell’Ela. In questo caso, la banca centrale greca. E il peggio potrebbe ancora arrivare.

La Bce aiuta le banche greche


Gli effetti dello stallo

Lo stallo nelle negoziazioni sul programma di salvataggio della Grecia, sancito dal fallimento dell’Eurogruppo straordinario di mercoledì scorso, sta avendo i suoi effetti. Così come li stanno avendo anche quelli dopo il vertice dei capi di governo, il Consiglio europeo, chiusosi ieri senza alcun significativo passo avanti. La Grecia di Alexis Tsipras resta impuntata sulle sue posizioni: rinegoziazione del piano esistente, swap di debito pubblico, nessun dialogo con la troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Bce e Commissione europea. In vista del prossimo meeting dei ministri finanziari della zona euro, previsto per lunedì, la Bce ha cercato di metterci una pezza. Dopo aver staccato la spina al finanziamento diretto presso l’Eurotower degli istituti di credito ellenici, che ha avuto effetto da lunedì scorso, ha approvato l’uso dell’Ela da parte della banca centrale greca.

Solo nelle prime tre settimane di gennaio sono stati ritirati circa 11 miliardi


Cosa è l’Ela

Tecnicamente, è una mossa importante. Come spiega la Bce nel manuale di procedura dell’Ela, questo strumento "consiste nell’erogazione da parte delle banche centrali nazionali dell’Eurosistema di moneta di banca centrale e/o qualsiasi altra tipologia di assistenza che possa comportare un incremento della moneta di banca centrale". In pratica, liquidità. A patto che l’erogazione sia effettuata, recita il manuale "a favore di un’istituzione finanziaria solvibile o di un gruppo di istituzioni finanziarie solvibili che si trovino ad affrontare temporanei problemi di liquidità". In altre parole, chi riceve i soldi non deve essere insolvente.

Tuttavia, "l’articolo 14.4 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Bce, ovvero lo statuto del Sebc, attribuisce al Consiglio direttivo della Bce la competenza di limitare le operazioni di Ela qualora valuti che interferiscono con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema". Questo significa che ogni operazione Ela deve essere discussa dalla Bce. La banca centrale greca ha la facoltà di richiedere di poter erogare liquidità a soggetti solvibili ma, come spiega il manuale dell’Ela, "le decisioni al riguardo sono adottate dal Consiglio direttivo a maggioranza dei due terzi dei votanti".

Capitali in fuga

Questo il quadro normativo. Poi c’è quello finanziario. L’Ela, come era successo nel caso della Banca d’Irlanda, della Banca di Spagna e della Banca di Grecia fra il 2011 e il 2012, è spesso utilizzato nel caso la banca centrale nazionale di riferimento ravvisi che ci sia un rischio rilevante per la stabilità finanziaria per il suo sistema di competenza. Nel caso della Grecia odierna, il timore maggiore prende il nome di fuga dei depositi. Secondo i dati della banca nazionale ellenica, i depositi presso gli istituti di credito in grecia a ottobre 2014 erano pari a 178,446 miliardi di euro. Ma quando l’ex primo ministro Antonis Samaras ha indetto le elezioni presidenziali a dicembre, mossa che ha dato il La alla vittoria di Tsipras, è iniziato il declino. A dicembre 2014 i depositi erano pari a 173,220 miliardi di euro. Nelle prime tre settimane di gennaio, secondo i calcoli di J.P. Morgan, sono stati ritirati dai clienti circa 11 miliardi di euro. E dopo l’affermazione di Tsipras la velocità di fuga dei capitali potrebbe essere aumentata. Scrive la banca statunitense che “per gennaio stimiamo che si siano volatilizzati circa 15 miliardi di euro”. A questi bisogna aggiungere quelli di dicembre, per un totale di circa 20 miliardi di euro, ovvero l’11,2% dei depositi da ottobre a fine gennaio. E la fuga dei depositi potrebbe aumentare nel caso non si raggiunga un accordo fra Tsipras e i creditori ufficiali, ovvero Fmi, Bce e Ue.

Fra ottobre e fine gennaio si è volatilizzato l’11,2% dei depositi

Capire la Bce

La mossa della Bce, incrementare la portanza dell’Ela, è il frutto di questa situazione. Anche perché le banche greche continuano ad avere evidenti problemi di capitale. Eurobank e National Bank debbono rafforzarsi per, rispettivamente, 4,63 miliardi di euro e 3,43 miliardi. Le quattro banche principali del Paese, ovvero Alpha Bank, Eurobank, National Bank e Piraeus, controllano il 90% del mercato, secondo i dati Bloomberg, e c’è la paura che possano essere oggetto di una corsa agli sportelli. Come ha scritto Paul Donovan, economista di UBS, nella mattina di mercoledì scorso, "si sta giocando con il fuoco greco". Questo perché la partita fra Ue e Atene è puramente politica, ma “il cittadino greco potrebbe prendere sul serio il tutto e iniziare a ritirare i depositi dalle banche”. E i bank run, ricorda Donovan, in genere tendono a distruggere le unioni monetarie. 

La partita fra Ue, Bce e Atene

La Bce, così come la banca centrale ellenica, sta tenendo in vita gli istituti di credito del Paese. E la decisione di aumentare l’Ela si può leggere in un duplice modo. O la Bce ritiene che esista un concreto pericolo che l’attuale situazione negoziale fra Atene e Bruxelles possa portare a una fuga dei depositi, come spiegano fonti governative tedesche e olandesi. In pratica, non scommette che entro lunedì si arrivi un accordo e che quindi il braccio di ferro continui, aumentando l’incertezza. Oppure, Francoforte pensa che ci sia un possibile esito positivo, e quindi ha deciso di riaprire i rubinetti per Atene. È quest’ultima la lettura fornita dai funzionari governativi di Italia e Spagna. Una visione forse ottimistica, dato che né Tsipras né l’Eurogruppo vogliono concedere qualcosa all’altro. Certo, come spiegano gli sherpa del capo dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, “è possibile che ci sia qualche concessione, ma il precedente programma di salvataggio non si cambia”. In questo caso, per concessione si intende il mutamento della troika, che Tsipras ha promesso ai suoi elettori di cancellare. L’ipotesi in campo è quella di cambiarle nome, di rifarle il trucco. Ma niente di più.

È possibile che ci sia qualche concessione, ma il precedente programma di salvataggio non si cambia

Lo spauracchio

Se entro lunedì non ci fossero dei passi avanti, allora si aprirebbe uno scenario ancora peggiore, già vissuto a Cipro nel 2013. Come fanno notare fonti della Bce, la banca centrale greca, se ravvisasse un’anomala tendenza nel ritiro dei depositi presso le banche del proprio sistema, potrebbe decidere di imporre delle limitazioni alla libera circolazione dei capitali. Traduzione: può limitare la quantità di ritiro dei contanti allo sportello. Un film già visto in Austria nel 1931, negli Stati Uniti nel 1933, in Argentina nel 2001 e in Uruguay nel 2002. Del resto, secondo l’articolo 65 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, è possibile introdurre misure di limitazione alla libera circolazione dei capitali. Tre i motivi possibili: misure prudenziali, finanziarie e di pubblica sicurezza.“Tutti vogliamo evitare una seconda Cipro, non ci arriveremo. Siamo fiduciosi in un accordo entro lunedì”, dicono dallo staff di Dijsselbloem. Eppure, il rischio c’è. E senza l’accesso diretto al finanziamento presso la Bce e con capital control applicati al proprio sistema, la Grecia sarebbe de facto fuori dalla zona euro. 

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