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Economia

Dove può arrivare il prezzo del petrolio

Secondo i trader non ha toccato il fondo: temono un eccesso di scorte e l'Opec che può resistere a ulteriori ribassi

I prezzi del greggio lunedì sono crollati sotto i 60 dollari al barile rispetto agli oltre 100 dollari degli ultimi tre anni, dopo che il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail bin Mohamed al - Mazroui, ha difeso la decisione dell'Opec dello scorso 27 novembre di non ridurre la produzione per frenarne il recente deprezzamento.

L'offerta al momento è superiore alla domanda e, quindi, un taglio da parte del cartello dei paesi produttori sarebbe più che salutare per le aziende del settore, ma soprattutto per quei paesi già in difficoltà (come la Russia) e con i bilanci pubblici che si reggono in gran parte sulle esportazioni dell'oro nero.

Il ruolo dell'Arabia Saudita

Il principale artefice della guerra che ha spinto i prezzi al ribasso è l'Opec, anche se la quota di mercato controllata dall’organizzazione capeggiata dall'Arabia Saudita si è ridotta negli ultimi anni e, di conseguenza, è diminuito anche il suo peso nel processo globale di determinazione dei prezzi.

Sono fuori dall'Opec, infatti, importanti esportatori di petrolio come Russia, Cina, Norvegia e Stati Uniti d'America, tornati in auge come produttori grazie alla recente rivoluzione dello shale oil, il petrolio estratto dalla frantumazione delle rocce in profondità.

Non a caso anche la crescita della produzione Oltreoceano è tra le cause dell'aumento della quantità di greggio disponibile sui mercati che ha contribuito in questi mesi ad abbassare i prezzi della materia prima.

Scegliendo di non tagliare la produzione, i sauditi e i loro paesi alleati sperano di mettere alla berlina il mercato dello shale oil, la cui estrazione è più costosa rispetto a quella tradizionale, ma anche i competitor interni all'Opec, Iran in primis.


COSI' L'OPEC FA LA GUERRA A USA E RUSSIA

Fino a che punto può scendere il prezzo

Non è detto, però, che il prezzo del greggio abbia toccato il fondo. Per sostenere questa tesi, secondo alcuni trader, basterebbe considerare le preoccupazioni sul mercato per un eccesso di scorte su scala globale a fronte di una domanda moderata, segno di un'economia globale in frenata.

Non solo. Il libico Abdalla Salem el - Badri, segretario generale dell'Opec, ieri ha fatto capire che il cartello dei paesi produttori potrebbe tollerare prezzi inferiori. Durante un evento a Dubai il capo del cartello dei paesi produttori ha dichiarato che non è stato fissato "un obiettivo di prezzo".

La stessa Opec e poi l'Agenzia internazionale dell'energia la settimana scorsa hanno tagliato le stime sulla domanda del greggio per il 2015, portando una serie di analisti a rivedere ancora le loro previsioni. Per vedere che direzione prenderà il mercato dell'oro nero, gli investitori aspettano ora una serie di dati macroeconomici sullo stato di salute dell'economia globale.


Le conseguenze per il settore

Il greggio sceso sotto i 60 dollari al barile a New York potrebbe mettere a rischio investimenti da quasi 1.000 miliardi di dollari in progetti futuri nel settore petrolifero.

A lanciare l'allarme sono gli analisti di Goldman Sachs, che hanno analizzato 400 giacimenti molti dei quali ancora in attesa del via libera definitivo. Se i prezzi resteranno all'attuale livello, le aziende del comparto petrolifero dovranno tagliare i costi fino al 30% per rendere redditizi tali progetti.


Ribasso del greggio: paesi vinti e vincitori

La guerra al ribasso nel prezzo del petrolio fa le sue prime vittime. La prima è la Russia: se il greggio continuerà a scendere, l’inflazione e il rublo in rapido deprezzamento saranno una preoccupazione sempre maggiore nel 2015 per Mosca, come fanno notare gli analisti di JP Morgan AM.

A rischiare grosso è anche Caracas: l’agenzia di rating Moody’s ha tagliato il rating del Venezuela al livello "spazzatura" spiegando che, se il corso internazionale dovesse stabilizzarsi su questi livelli, "il rischio di un default aumenterebbe significativamente".

Il paese sudamericano, infatti, pur contando sulle riserve più grandi al mondo, dovrebbe vendere il petrolio a un prezzo almeno doppio rispetto a quello attuale per poter rimborsare nei prossimi tre anni gli investitori che hanno comprato circa 10 miliardi di dollari in titoli del suo debito pubblico e della compagnia petrolifera di Stato.

A trarne vantaggio, invece, saranno i paesi importatori di petrolio. Le industrie e i consumatori dell’Eurozona (che importa l'88% del petrolio consumato) e del Giappone (tra i maggiori importatori) dovrebbero beneficiarne in misura maggiore.

Ma anche gli USA: sebbene siano diventati indipendenti dal punto di vista energetico, il ribasso dei corsi petroliferi potrebbe compensare sia il dollaro in ascesa sia l’impatto negativo sui produttori nazionali.

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