Le dieci idee di business tecnologico che hanno fatto flop nel 2013
Le dieci idee di business tecnologico che hanno fatto flop nel 2013
Economia

Le dieci idee di business tecnologico che hanno fatto flop nel 2013

Da MySpace ad Altavista, dal telefonino griffato Facebook a Google Reader: tutte le vittime eccellenti dell'anno che sta per chiudersi

Vi ricordate i Minidisc e i Laserdisc della Sony? O il Wap, primo patetico tentativo di sbarco su Internet dei telefoni cellulari? Avevate un avatar su Second Life, che probabilmente oggi vaga per la desueta piattaforma attorniato da giapponesi che ci provano? Vi siete dimenticati di salvare i vostri post su Splinder prima che chiudesse e avete fatto follie per il Webby Startac convinti che fosse più trendy del primo iPhone?

Se risponderete sì ad almeno una di queste domande (e lo farete sicuramente) avrete già capito di cosa stiamo parlando: i flop tecnologici. Poco importa che si tratti di idee che dovevano rivoluzionare il mondo ma non sono mai decollate, oppure di fiammate passeggere presto finite nel dimenticatoio magari perchè soppiantate da competitor in grado di cavalcare meglio l’onda: l’elenco dei tecnosauri estinti è lungo e cresce di pari passo con l’innovazione. Nessun anno, però, ha fatto così tante vittime come quello che si sta per concludere, tanto che su Twitter spopola in queste ore l’hashtag #RIP2013, dedicato alle madeleines del progresso che il progresso ha strangolato.

Noi ne abbiamo scelte alcune tra quelle di cui si è discusso più a lungo, anche su Panorama.it.

1. Myspace

A giugno la popstar Justin Timberlake ha salvato dalla bancarotta il più vecchio dei social network, con l’idea di trasformarlo in una piattaforma musicale. Ma il nuovo modello di business stenta a decollare: pochi utenti registrati, pochissima pubblicità. Senza contare la beffa riservata a chi si è visto cancellare account e vecchi contenuti senza preavviso.

2. Winamp

Per la generazione cresciuta con Napster e Winmix era il software da delitto perfetto: gratuito, leggero, facile da usare, buono per ogni pc, masticava download illegali, mp3 convertiti e cd regolarmente acquistati in negozio per poi restituirti un suono pulito e personalizzato nonostante le tue casse da 9 euro e 99. Peccato non sia sopravvissuto ad iTunes. Aol, che l’ha acquistato nel 1999, lo chiuderà la settimana prossima.

3. Gli hashtag su Facebook

Il tentativo di scimmiottare Twitter e creare contenuti aggregati per interesse, dunque non più solo in base alla cerchia di conoscenze, è miseramente fallito. Modelli di business troppo diversi e poi, diciamolo, bastano e avanzano i post dei nostri amici a intasarci il diario di cose poco interessanti, senza dover stare a cercarne di nuove.

4. Facebook Phone

Sono almeno tre anni che si parla di un’intesa tra il social network e un costruttore per dare vita a un cellulare brandizzato. Ad aprile sembrava fatta con il lancio dell’Htc Sense, il primo smartphone contenente l’apertura automatica di Facebook Home, app sviluppata su Android in grado di funzionare anche come motore di ricerca. Dopo pochi mesi però i bug del software (che esiste ancora, ma è in fase di ripensamento) e soprattutto le scarse vendite del modello Sense hanno convinto Htc a ritirarlo dal mercato. Alla prossima.

5. Altavista

Feticcio autentico per chi ha iniziato a navigare prima del 2000, in quell’anno totalizzava il 90 per cento delle richieste passate attraverso i motori di ricerca. Poi è arrivato Google e la storia è cambiata. Yahoo l’ha acquistato nel 2003 per rilanciarlo ma non ha mai trovato l’algoritmo giusto. Cancellato dal web nello scorso luglio, almeno ha avuto un necrologio da urlo.

6. Paper.Li

Il servizio che consente a tutti di creare il proprio bollettino fai-da-te con i migliori contenuti di giornata e poi condividerlo non ha certo chiuso, anzi: in Italia gode ancora di discreta salute. Ma a parte l’irritazione di leggere continuamente i vostri “The Pinco Pallino Daily is out!”, è bene che sappiate che strumenti come Pulse e Flipboard funzionano meglio e spammano meno. Infatti all’estero usano quelli.

6. Lavabit

Fino a quel momento confinato nella nicchia degli smanettoni, il miglior software per la criptazione delle mail (parola di Julian Assange, uno che se ne intende) balza agli onori della cronaca lo scorso Ferragosto quando il Guardian rivela di averlo utilizzato per ricevere da Edward Snowden i files sul Datagate. Due giorni dopo, per evitare una maxicausa dalla Nsa statunitense, l’azienda chiude i battenti lasciando orfani centinaia di hacker.

7. Google Checkout

Anche i giganti falliscono, parte prima. Lanciato in pompa magna nel 2006 come alternativa a Paypal, il sistema di pagamenti virtuali e sicuri di Google doveva fare da apripista all’ingresso di Mountain view nel mondo delle vendite on line. In realtà ha solo ottenuto l’effetto di drenare risorse fino all’abbandono definitivo dei piani di sviluppo su questo fronte. Soppresso lo scorso maggio.

8. Google Reader

Anche i giganti falliscono, parte seconda. Qui il problema non è lo scarso interesse del pubblico per il primo e più popolare sistema di smistamento di contenuti web via Rss, quanto la sua scarsa profittabilità e le numerose cause a cui la compagnia era esposta per aggregazioni spesso al limite, e talvolta oltre, il diritto d’autore. Soppresso lo scorso luglio.

9. Il pornosoft su TumblR

D’accordo, nessuno di voi cerca foto nude sul web quindi non potete indignarvi. D’accordo, Yahoo ha acquistato TumblR per oltre un miliardo di dollari e può decidere liberamente cosa fare della piattaforma di sharing leader nel mondo. Ma la scelta di non indicizzare nè taggare pubblicamente i blog a contenuto pruriginoso, spinta dagli inserzionisti pubblicitari, sta facendo fuggire gli utenti.

10. Blockbuster Dvd-by-mail

L’ultimo disperato tentativo di salvataggio effettuato da Dish, il fondo di investimento che controlla l’ormai morente catena di videonoleggi, prevedeva il mantenimento del marchio e la sua trasformazione in un hub per la distribuzione di prime visioni on line agli abbonati sul modello Netflix. Questo avrebbe consentito anche di mantenere alcuni negozi aperti al pubblico. Ma l’operazione è fallita e la scorsa settimana il gruppo ha annunciato lo shutdown definitivo.

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