Economia

Deficit, il male degli Stati che spendono più di quello che incassano

“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!”. Che lo abbia detto veramente o che sia stata una frase attribuitale dai suoi nemici più acerrimi poco importa. Quella di Maria Antonietta D’Asburgo-Lorena (per i suoi detrattori …Leggi tutto

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S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!”. Che lo abbia detto veramente o che sia stata una frase attribuitale dai suoi nemici più acerrimi poco importa. Quella di Maria Antonietta D’Asburgo-Lorena (per i suoi detrattori semplicemente “l’Austriaca”) è una espressione cult alla vigilia della Rivoluzione francese (1789). E proprio a quel periodo risalirebbe anche il tanto odiato “deficit”. A coniare il termine fu il banchiere ginevrino Jacques Necker. E l’idea che Maria Antonietta volesse ovviare al “deficit” di pane con quintali di brioche (da reperire dove non si sa!) stuzzica non poco la fantasia.
Deficit, dicevamo. Ma che cos’è? In latino sta per “manca” e indica la situazione piuttosto diffusa di costi che superano le entrate. Vi dice qualcosa? A me si, parecchio! Ma il punto è che non ne sono affetti solo i comuni mortali. Ne soffrono anche gli Stati. Eccome!

Con l’ammontare della spesa pubblica che supera di un bel po’ quello delle entrate date da imposte dirette o indirette versate da singoli cittadini e imprese. In questo caso si parla di disavanzo pubblico ma il concetto non cambia. Mancano i quattrini, insomma. E le finanze dello Stato vanno a picco.

Quanto? Tanto. Per avere le idee chiare si è soliti ricorrere al rapporto deficit/Pil in grado di confrontare tutte le uscite (tra interessi sul debito e spesa) con la capacità di produrre ricchezza e quindi di ripagare i costi accumulati. Stando ai tanto stigmatizzati indicatori di Maastricht per essere al riparo da eventuali burrasche tale rapporto deve essere pari o inferiore al 3%. In Italia ci siamo, o quasi. Nel 2011 eravamo a quota 3,9% e nel 2012 dovremmo scendere al 2,7%.

Bingo! Va peggio (molto peggio) in Irlanda (13,3% nel 2011), Grecia (9,1%) e Spagna (8,5%). Tutto bene, quindi? Non proprio. Anche perché l’altro indicatore nostrano di stabilità fa paura: è quello debito/Pil inchiodato al 120%. Peccato che per i funzionari in grisaglia di Bruxelles non debba superare quota 60%! E con la firma del mitico fiscal compact (altra parolina magica!) le cose si complicano.

Ma c’è di più. Nei giorni scorsi è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1 che introduce il principio del pareggio di bilancio nella nostra Carta fondamentale. Un passaggio tecnico? Non proprio. Significa che il famoso rapporto deficit/Pil dovrà essere pari a uno a partire dall’esercizio finanziario 2014.

Obiettivo: rassicurare i mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Ma sono in pochi a crederci: per l’Fmi se va bene il pareggio arriverà con 3 anni di ritardo. E intanto l’economia rimarrà ingessata. Anche per colpa del vincolo giuridico che a pensarci bene avremmo potuto evitare…

Come dire: cercare di fare bella figura con l’Europa e il mondo va bene, ma introdurre un tetto rigido, rigidissimo, alla spesa pubblica in tempi di crisissima forse è eccessivo. Frau Merkel (l’unica ad avere lo stesso vincolo) non sarà d’accordo. Però…

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