Salva Roma, ecco cosa resta del decreto originario
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Salva Roma, ecco cosa resta del decreto originario
Economia

Salva Roma, ecco cosa resta del decreto originario

Sventato per una volta l’assalto alla diligenza. Fondi per la Capitale e norma sugli affitti d’oro, le uniche misure approvate

Questa volta il più classico degli assalti alla diligenza si è risolto in un disastro clamoroso e a rimetterci la faccia alla fine è stato il presidente del Consiglio Enrico Letta. Non può essere interpretata in altro modo la deprecabile vicenda legata al decreto Salva Roma, che avrebbe dovuto essere approvato in via definitiva domani dal Senato. Il provvedimento, che come recita il suo appellativo, avrebbe dovuto servire a mettere in sicurezza le disastrate casse comunali della Capitale, afflitte da un buco di bilancio stimato in circa 800 milioni di euro, si era infatti trasformato nel più tipico strumento di distribuzione a pioggia di denaro pubblico.

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Una circostanza deplorevole che questa volta ha spinto il presidente della Repubblica ad intervenire in prima persona per stoppare un iter legislativo che aveva “arricchito” il decreto di una serie di misure del tutto incoerenti con la natura del provvedimento stesso.  E allora, il premier Letta non ha potuto che prendere atto della situazione, assumersi la responsabilità politica della cosa e ritirare in toto il decreto stesso. E d’altronde, basta dare un’occhiata all’elenco pressoché sterminato di emendamenti aggiunti nel percorso parlamentare, per capire quanto inopportuno fosse diventata l’approvazione del decreto in oggetto.

Si andava dai 20 milioni stanziati per tappare i buchi del trasporto pubblico calabrese, ai 23 previsti per i treni valdostani, dal milione stanziato per le scuole di Marsciano, in Umbria, ai 500mila euro per il comune di Pietrelcina (paese natale di Padre Pio). E ancora, dal milione per il restauro del palazzo municipale di Sciacca, al mezzo milione per la torre anticorsara di Porto Palo in Sardegna, e poi un milione a Frosinone, tre a Pescara, 25 a Brindisi. E l’elenco potrebbe continuare ancora con i fondi per il teatro San Carlo di Napoli e la Fenice di Venezia, fino a una minisanatoria per i chioschi sulle spiagge, e a disposizioni riguardanti il terremoto dell’Emilia-Romagna e i beni sequestrati alla criminalità organizzata. E come se non bastasse, nel decreto era finita anche l’istituzione di una sezione operativa della Direzione investigativa antimafia all’aeroporto di Milano Malpensa per prevenire le infiltrazioni mafiose nell’Expo 2015.

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Un coacervo impressionante di misure che ha spinto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a indirizzare una missiva alla Camera, nella quale il Capo dello Stato rivolge agli onorevoli deputati un accorato “invito ad attenersi nel valutare l’ammissibilità di emendamenti ai decreti legge a criteri di stretta attinenza all’oggetto del provvedimento, anche adottando opportune modifiche dei regolamenti parlamentari”. Annotazioni che nel corso dei decenni passati si sono più e più volte ripetute per bocca dei diversi presidenti della Repubblica che si sono succeduti, ma evidentemente senza successo.

In tutta questa storia chi rischiava alla fine di rimetterci davvero pesantemente era proprio il Comune di Roma, che con la cancellazione del decreto avrebbe visto svanire le risorse assolutamente necessarie ad evitare il default tecnico. In questo senso il governo ha allora deciso di inserire nel decreto Milleproroghe approvato oggi,  le misure assolutamente necessarie e improcrastinabili. Tra queste, oltre a circa 400 milioni che dovrebbero servire a mettere momentaneamente in sicurezza i bilanci capitolini, ci sono anche le misure contro gli affitti d’oro di Camera e Senato. Si tratta di provvedimenti, anch’essi inseriti in origine nel decreto Salva Roma, e che dovrebbero servire ad alleggerire il peso economico delle locazioni che lo Stato paga per gli immobili messi a disposizione di deputati e senatori nell’ambito dell’esercizio delle proprie attività parlamentari.

TUTTO SUL MILLEPROROGHE

Allo stato dell’arte quindi trasporti pubblici calabresi e treni valdostani dovranno attendere: per una volta ha prevalso il criterio dell’oggettiva urgenza che dovrebbe essere alla base di qualsiasi decreto legge, e che nel caso del Salva Roma era stato "oggettivamente" annacquato da 10 articoli e 90 commi aggiuntisi inopinatamente nel corso dell’iter legislativo.

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